Monthly Archives: January 2013

la letteratura non deve chiedere scusa

Sangue di cane racconta anche di un mondo polacco; è la storia di un amore ed è una dichiarazione di devozione in sostanza nei confronti di un popolo intero, il popolo dei vinti, degli sradicati. La premessa la dedico alla signora polacca che ieri ha fatto irruzione in questo blog insultandomi con una violenza inaudita (più che altro del tutto fuori controllo) e accusandomi di ogni nefandezza e disonestà. A dir la verità ci sarebbero pure gli estremi per una denuncia, ma: chissenefrega.

Non ho individuato ancora la ragione di un tale odio (odio, esattamente), presumo si sia sentita offesa leggendo Sangue di cane, e Sangue di cane è l’inno dei vuoti a perdere, dicevo, che ritengo i nuovi martiri delle metropoli, agonizzanti col volto caliginoso e stoici nella loro stoltezza, nel loro vissuto ameno, nella loro sciagura. Nel romanzo vigila a tutta prima un sottobosco di anonimi, senza tetto, borderline, malati di nostalgia e di alcol, e di costoro ne racconto con partecipazione e pietà. La  donna polacca non ha gradito. Bene: la letteratura non deve chiedere scusa, posto che io in qualche maniera ne faccia uso. Anni fa, scrissi un articolo per il mio giornale in cui descrivevo la vita di una giovane di Varsavia, costretta ad abbandonare il proprio paese in cerca di un’ Europa più accogliente e meno fragile di quella in cui aveva vissuto fino ad allora. Sbagliai probabilmente ad utilizzare un termine riferendomi ad un certo brutto quartiere di Varsavia, il termine era “orinatoio”, preso peraltro in prestito da un epistolario che avevo letto con interesse e che per me fu davvero illuminante, l’epistolario era di Kazimierz Brandys, “Lettere alla signora Z” (testo molto amato da Leonardo Sciascia). Brandys, polacco di Lodz, parlava di una Polonia sobria e di una Polonia ubriaca, i cui contorni emergevano laconici, mai traditi da pietismi o inutili slanci nazionalisti. Era tutto molto vero, era un fatto, anche alcuni quartieri lo erano, la vodka è uno strano balzello, leggete Marek Hlasko e troverete qualche conferma. Raccontavo dunque di questa donna e di una certa Polonia, ci provavo. Usai quel termine: orinatoio, riferendomi al distretto di Legionowo, di alcune zone in special modo (vale per tutte le periferie del mondo, a mio avviso). La donna, letto l’articolo che la riguardava, scrisse quindi con la complicità di un paio di amici – due italiani e una polacca – alla direzione centrale del mio giornale, invitandola a provvedimenti rapidi nei miei riguardi: vivamente, licenziandomi. Per cosa? Per quel lemma: orinatoio. Il direttore del mio giornale, l’editore, non diedero seguito alla cosa e soprattutto non mi punirono, sapete si può fare, ci sono retrocessioni strategiche che nascono sulla scia di fatti e sollecitazioni simili. Di queste donne che mi hanno accusato e insultato, con le loro segrete o non segrete ragioni, mi sono fatta un’idea: sono quelle stesse che parlano male della connazionale, di tutte le altre donne, si chiamano “kurwa” tra loro, sconfessando le proprie origini, se possono evitando di aiutarsi a vicenda, al limite seppellendosi l’un l’altra. Ma ho conosciuto per mia fortuna anche donne straordinarie. Non è una questione geografica. Liuba, letto il romanzo, signora ucraina di mezza età, che vive da anni a Milano, in una lettera scritta a mano, mi dedicò le parole più belle e commosse che io ricordi di aver mai ricevuto. Liuba aveva colto lo smarrimento, una condizione universale che atteneva a tutti gli esuli del mondo: ed era una malattia dello spirito, era la nostalgia. La nostalgia è la vera protagonista di Sangue di cane, dichiarazione d’amore al popolo dei vinti.

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cos’è la verità?

Anni dopo, quel che era accaduto aveva la forma del romanzo. Tuttavia mi accorsi, con disappunto, che la verità tradotta in Sangue di cane era parziale, no, era una piccola parte, forse eravamo migliori, o forse no. Eravamo eroici, noi che vi dimoravamo dentro, oppure lo eravamo anche nella vita e senza saperlo? Scrivevo qualcosa che mi era appartenuta, a volte mi fermavo e ascoltavo la partitura segreta che mi dettava la suggestione, e pensare a quel mondo era una suggestione, e il medesimo affiorava spesso lugubre, una specie di cimitero su una collina di Sarajevo, lì proprio lì immaginavo la patria dei globetrotter, il luogo smembrato dal dissidio, dai mortaretti, dai cecchini sul ponte Vranja. Le suggestioni, già. E la verità? Cos’è la verità? Ero mai stata speciale io? Nel romanzo ho evitato personalismi (contraddizione: il romanzo è di solito una rielaborazione di personalismi, finanche quando osserviamo gli altri, altrimenti detto l’ io speculare). Nel romanzo non c’è che la seconda persona, un plurale caritatevole al limite. E se oggi mi si chiedesse di raccontare la sequenza dei fatti, didascalicamente, tradirei di nuovo la verità. E nondimeno: “cos’è la verità?”.

Smettere di scrivere

Certo la questione non interessa tutti, ci mancherebbe e meno male: smettere di scrivere? Cosa vuol dire, in definitiva? Per quel che mi riguarda, ho già capito che l’azione è da un pezzo una condizione, uno status, un modo di stare al mondo, di raggiungere le cose, di guardarle (uh, ho scoperto l’acqua calda). Quando si pensa di voler chiudere con la scrittura, forse è il momento in cui si scrive di più, pur non scrivendo. Il momento della consapevolezza o del deserto, in realtà, è il momento in cui la scrittura agisce di sua sponte (concedetemi la locuzione). Ho scritto di più quando pensavo di avervi rinunciato, ed era invece il momento dentro cui si compivano le cose, nell’ora del deserto o di un giardino rinnovato (da oggi piuttosto ricamerò lenzuola) è facile che sopraggiunga ed esaudisca il vero colpo di mano, della sorte. Lo scrittore non sarà mai che questo, sarà uno scrittore, perché è un destino, è una mansione, chiamatemi scema o l’ultima dei protoromantici: sparissero pure tutte le rondini del cielo, diceva il teologo, la primavera si annuncerebbe comunque.

dopo il narcan chiedeva le sue marlboro

Da casa di Romina, spiavo la finestra di Mary. Le case di periferia erano i falansteri dove dimoravano uomini minori, interregno che induceva a pensieri mortali perlopiù: certe volte qualcuno volava giù dal balcone o si lanciava sotto il treno in corsa sui binari della vecchia ferrovia che inciampava come un patetico fermabue sui dossi dei canaloni di fogna. Romina era un’amica. Era tanto diversa da me, per questo ci capivamo subito. Era una che sapeva fare a botte, e nelle case col tetto di eternit le regole bisognava impararle; oggi detta così sembra un po’ uno slogan di un film di Marco Risi o del più truce desolato neorealismo. Romina mi difendeva dalla mia stolta gentilezza che usavo male. Non mi capiscono, obiettavo persino allora. Guardavo dalla stanza di Romina, al terzo piano del condominio, la finestra di Mary, con grandi tette. E la invidiavo. Usava l’eroina anche lei, e gli uomini con lei diventavano matti. Era andata in overdose, finì in ospedale e dopo il narcan, chiedeva alla madre china sul suo letto la trousse con gli ombretti e le marlboro. La sua vanità è stata la salvezza, era forte, quasi ferigna. Non so se fosse bella, non so di quale bellezza riferirvi, era eccessiva, circense per alcuni versi. Vestiva con colori accesi, aveva le gambe magrissime e il culo piatto, indossava un cerchietto rosa. Mary morì di cancro, anni dopo. Scriverò di lei un giorno, liberata dalla mia ossessione, che era lei, come Christiane, come gli underground, il Bahnhof Zoo, Atze, Detlef, David Bowie, la pioggia dell’AlexanderPlatz.

(continua)

le cose sceme che si fanno

Tante cose sceme che si fanno prima di un esordio normale: tipo prender parte al convegno tal de tali con non meglio identificati scribacchini, e sentirsi impegnati e partecipativi (con gli auspici del dopolavoro). Pubblicare un libro che non leggerà nessuno, e tuttavia non metterci la mano sul fuoco. Affrontare la fiera del libro di Torino, per la terza volta, convinti che la tizia giornalista di chiara fama (lo dice lei) poi  lo presenti davvero il libro-non libro, e invece lei giornalista di chiara fama è per fatti suoi quel giorno e se ne fotte veramente. Dare credito a adulazioni senza ragione (varie ed eventuali), sentir parlare di “cultura” da tromboni accreditati nella propria città di provincia, comprese certe insegnanti adiratissime e consapevolissime, e di “emozioni” e di “suggestioni” e non riuscire mai a sbottare: ma che cacchio state dicendo o molto bersaniamente “andate a pelar le patate e spazzolare i montoni”. Ecco tutto.

Slawek era la mia scrittura

Così racconto anche di Massimo, nel secondo romanzo dopo Sangue di cane. E tuttavia, saranno sempre e solo personaggi marginali a condizionare i mie scritti. Penso tuttora che se non avessi incontrato Slawek, non avrei scritto nulla. Non mi avrebbe mai ispirato quel tizio ad esempio, eroinomane, con l’anima del marrano. Ispirava il tedio, consumava qualsiasi desiderio di curiosità o semplicemente il tentativo di esserci. Ma Slawek con la sua commovente fame di esistere, sì, Slawek era la mia scrittura: aveva il passo veloce e l’indole scaltra di chi è abituato a sopravvivere come ultima, come sola postilla al mondo. Slawek sapeva usare le armi e sapeva amare le donne, non so da dove venisse, non è una questione geografica e basta, perché altrimenti vi dico che ha attraversato una frontiera (mille frontiere), ed erano frontiere blindate, che lui era il numero ics della generazione del nulla, antisovietica, anticomunista. Che lui era nato a Radom, in un freddo orfanotrofio di Radom.

(continua)

liberatemi dall’assedio

Poi tornai al tempio. Oramai evitavo l’ebreo, tutti quei discorsi, la sua conversione a posteriori, forse per accidia o non so cosa, consideravo ogni dettaglio una posa, una balla anzi. E comunque doveva smetterla di seguirmi. Odiavo certe ostinazioni. Ero sola oramai, capace come al solito di disintegrare tutte le consuetudini nutrite fino al giorno prima. Tutti quei discorsi, magari per portarmi a letto, come seconda recondita possibilità, o sperarci soltanto, andate al diavolo. Era davvero così ridicolo l’essere umano nelle sue maldestre congetture. Andate via. Liberatemi dall’assedio. Da parte mia, ero sempre più sicura di non essere capita, cioè le mie 180 righe di rubrica quotidiana non interessavano a nessuno, posto che la voce dell’uomo della strada è un idiomatismo. Ma chi è costui? L’uomo della strada. E quando chiedo a qualcuno: ma dove sta andando la ragione, dove la bellezza, la gentilezza? Non rimedio risposta, un’alzata di spalle, non vengo capita. Allora dico alla vecchia di via Dione: dovresti leggere Gadda. Lei mi guarda zitta e tira fuori dalla sporta una mela, io rifiuto allora, no no, grazie. Preferisco no. Seppur tutti.

(continua)