Monthly Archives: February 2013

La Santa

Skenden si appropinquava con il macchinone, quello senza targa e senza bollo. Litigava con i vigili che impedivano il transito. Ne veniva fuori a  testa alta.
<No, scusa, scusa uomo, no, io no posso passare senza mircedes. Tu capisci, uomo. Prego uomo>.
Era testardo Skenden. Ma infine aveva la meglio. Posteggiava alla dogana, di traverso. Apriva il cofano e tirava giù un foglio di cartone, quindi estraeva la biro dal taschino e si appressava ad incidere: SONO KOSOVARO. O FAME. PREGO SOLDI PER ME E PER FILI.
Quatto, quatto si insinuava nella ressa, raggiungendo la nomade in un baleno. Controllava gli utili tutto impettito e la sberla non la dimenticava mai, quella sul finale che gli riusciva meglio. Quella che doveva avercela con il molare di Altana.
E Mario non c’era. Che sollievo. A vederlo quel farabutto, con la dentiera d’oro. Bene, che lo tenessero le suore. Bene. Altana non si dava pace: il bruto la prendeva e Mario era lì, zitto zitto, che non faceva una piega e giocava alla Play Station.
Tutto avrebbe spaccato, Altana. E lo stereo di Mohammed lo avrebbe sconquassato con una falce, con un bazooka. Pure Sofia avrebbe sezionato, con un coltellino. Sì, quella vecchiaccia che nessuno aveva il fegato di montare.
Quando finivano i fuochi, però, quando il mare luccicava sotto il getto di colore, quando il boato culminava,  e l’animosità del popolo di fedeli allentava la morsa, la donna riempiva il petto di odori nuovi.  Ed era breve, troppo breve. Allontanava i vecchi sozzi umori di Skenden, il suo penoso parlottare con gli astanti, il suo chiedere insulso. Tutto si portava via, come l’acqua al suo passaggio, e non ricordava nemmeno più il viso rattrappito di Sofia, le grosse natiche di Giulia. Le fosse di mota. Passerà e quando? Una stagione? E’ come l’inverno? Era più che l’inverno. Era un disgelo che non arrivava mai. E al campo si dormiva, sempre, benché la caciara, benché le risse.
Quand’è che la puzza di legna, arroventata nella stufetta della baracca, si stemperava? Quand’è? I nomadi puzzavano di quell’acre lezzo. Punto. Erano nomadi forse anche perché bruciavano quella maledettissima legna che riscaldava fetidamente. E impregnava i tappeti e le brande pencolanti. Ed era colpa di Sofia che impastava la farina seduta acciambellata, con le dita unte e ci friggeva la cipolla. E lo faceva nella pentolaccia scura sul  braciere.
Quando le dame della solidarietà varcavano l’antro, ritiravano il volto con orrore. Era un riflesso incondizionato. Era difficile condurre la missione con autocontrollo. Per questo nessuno ci veniva più al campo. E quelle stesse dame adesso attraversavano il viale, avvolte da preziose stole. E tendevano le narici, mostravano il belletto con sussiego. E se andavi alla Caritas, la mattina dopo, le vedevi ancora imbrattate di fondotinta, con la punta delle scarpe tirate a lustro e le calze sfilate.

Poi facevano i convegni e parlavano di autonomia dell’uomo, di prevenzione e consulenza ai minimi. E invitavano Altana. Che  si mostrava timida e avvilita, che inceppava la lingua e non sapeva rispondere.
<Su, Altana, dì cosa pensi del Sindaco. Dì cosa ti serve>. Il circolo delle donne era il più solerte. Alla festa religiosa le consorelle avevano fatto ala, tutte quante, con il marito, che era quasi sempre un ragioniere.

http://www.enricobrizzi.it/tomassini.htm

 

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esser bella era un dovere

A ventitré anni lavoravo dietro il bancone di un pub. Il giovedì organizzavano certe orribili serate a tema, con la moda dei balli di gruppo che aveva contagiato la città, una specie di bubbone malefico. Non avevo amici, ne avevo tre anzi, Salvo (che mi leggeva i Ching), Sebastiano che oramai aveva perso il senno, Alfredo che si bucava. Indossavo gonne a pieghe fuori moda, scarpette col tacco e maglioni color pastello aderenti in vita. Sono sempre stata vanitosa, allo specchio sistemavo i capelli, morbidi sulle spalle oppure li alzavo sulla nuca, truccavo le labbra e appena un po’ di cipria rosa sugli zigomi. Esser bella era un dovere, pensavo, ma esserlo alla mia maniera. Il giovedì a volte i marinai russi facevano una gran caciara, uno di loro, che sembrava un capitano, alto, severo, mi invitava con modi romantici offrendomi il braccio, come  i signorotti di Mosca, nei salotti di Dostoevskij, dei romanzi di Dostoevskij. In quel momento il vecchio megafono suonava Edith Piaf.

Io e Bibi

Sono tornata da un pomeriggio di sole, ma ho preso anche molto freddo, ho camminato a lungo, con un’amica, Bibi, ex attrice di teatro. Ci siamo sedute sulle panche di un parcheggio sul mare. Abbiamo deciso di tornare alla marina, malgrado il vento, abbiamo notato la stessa villa, al centro della città, antica, demodé, ci siamo fermate incantate, come sempre. La mia amica ha suonato il citofono e un anziano è venuto ad aprirci. Chi siete, ha chiesto, con molta naturalezza. La mia amica  vorrebbe visitare il giardino, dico, perché ha visto un roseto. L’anziano non ha fatto una piega, ha solo aggiunto: sono vedovo. La casetta è vecchia di mezzo secolo almeno. Le stanze son tenute bene, sogno qualcosa di domestico, accuso la nostalgia di cose che non mi appartengono più. Sono una vedova bianca in fondo. La mia amica raccoglie alcuni limoni dall’alberello in giardino, l’anziano la lascia fare, sorride alla nostra curiosità. Quando torniamo al parcheggio sul mare, la mia amica chiede a un tizio di farci una foto. Odio le foto, no. C’era ancora un po’ di sole.

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Sangue di cane su minima et moralia

di Alessandra Sarchi

“(…)chi dice io nel romanzo di Veronica Tomassini, Sangue di cane (Laurana Editore, Milano 2010) non solo non si ferma, ma attraversa uno a uno i gironi di una discesa piena di creature così infernali, nella loro sofferenza, nella loro abiezione ed emarginazione, da assurgere immediatamente sulla pagina scritta a epos, un epos dei diseredati, degli ultimi. Un epos che investe anche i luoghi di una Siracusa che potrebbe essere qualsiasi città d’Italia o del mondo: “la panchina che fu di Jurek” , ex camionista morto di alcol e abbandono nel parco, luogo di ritrovo e di maledizione per i polacchi, “la casa dei morti”, fatiscente palazzo occupato da larve umane che prostituiscono la carne senza sapere se avranno vita il giorno dopo, “le grotte della balza”, ultimo rifugio per chi non ha più niente, nemmeno le strade della città su cui dormire (…)Non si tratta certo di un amore intraprendente, di un amore che afferma, cambia, redime, l’io narrante constata “la propria inutile stucchevole pazienza” davanti ai tradimenti, alle delusioni, allo sperpero di occasioni offerte, davanti all’inesorabile abisso in cui questo “diavolo di un polacco” vitale e dannato non può non continuare a scivolare, nonostante una famiglia, nonostante il serio lavoro di disintossicazione svolto in una comunità, nonostante tutto.
E il lettore non può non rimanere folgorato davanti all’affermazione: ”Ricevevo infinitamente di più di quello che davo”. Ma come? Questo è l’amore di cui parla Veronica Tomassini, amore lontanissimo dall’accezione contemporanea di un sentimento in cui affermazione e proiezione egocentrica si dividono il campo, piuttosto amore-pietas, amore trascendenza che sa cogliere il senso anche nell’ordito più sfilacciato e rovinoso. Una parabola cristologica senza consolazione o edificazione, perché l’amore non cura, non cambia, non salva, semplicemente rivela.
Per dire tutto questo l’autrice adotta uno stile aspro e ricorsivo, in cui certe frasi ritornano come strutture della psiche che parla a se stessa, lasciandosi attraversare dai parlati altri di dialetto siciliano e polacco, oppure frasi che si gonfiano di una retorica precisa e analitica quando proiettano la vicenda privata su uno sfondo sociale allargato. Il ‘tu’ con cui l’io narrante si rivolge a uno Slavek che l’ha ormai abbandonata ha la forza dell’evocazione, la forza di chi è rimasto a ricomporre i pezzi della memoria dopo il disastro, e vede i fatti non nel tempo lineare ma in quello della consapevolezza e della durata dei sentimenti.
Un romanzo che nonostante racconti una vicenda singolarissima, come ogni vicenda d’amore appare a chi la vive, convoca chiunque legga davanti al mistero dell’imponderabile, perché protagonista di questa storia non è solo la ragazza perbene di Siracusa e il polacco puttaniere, ma lo sguardo geloso di un Dio-padre di cui nessuno, da tempo nella narrativa italiana, aveva avuto il coraggio di invocare con tanta forza il nome.

p.s (l’articolo originale potete leggerlo qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/tag/veronica-tomassini/

ho smesso di esordire please merci

Caro editore,

le scrivo da qui, non è mica solo l’interregno, è un luogo metafisico dove non si smette di esordire. Le chiedo caro editore: cosa dobbiamo di più ancora (parlo a nome e per conto di…)? Cosa possiamo raccontare, più che restare in mutande, cosa davvero cosa bisogna fare per smettere di esordire? Questa lettera non la firmo, spedisco in formato word pad, e poi ricalcata in china su carta di papiro, incorniciata e per posta semplice. Poi verrò a trovarvi, con un cartello al collo: “ho smesso di esordire, please, merci”. Una volta ero carina, non imprecavo in lingue sconosciute, a tavola non facevo storie, se mi mettevo in un posto là restavo. Non dò problemi, merci. E non sto qui a domandarmi se sia giusto togliere l’accento sulla prima persona del verbo dare, perché non è una nota, esatto. Aggiungo inoltre che ancora mi tengo bene, i jeans vanno stretti e non è crollato nulla.

Sono una personcina a modo, vorrei precisare, non eccedo col trucco, amo i rossetti, ho un bel cagnetto, e ho un pc senza stampante. E’ il mio curriculum. Inoltre alle campestri arrivavo quarantatreesima oppure mi fermavo al secondo giro. Sono amica di certi rom, di Skender  e ridevamo un sacco, Skender giocava al videopoker e beccava le pentolacce dalla moglie Vera. Fumavo sigarette di pessimo tabacco, non bevo.

Cordiali saluti

dopo Sangue di cane

“(…)A Milano dovevi sbatterti. Distanze crudeli per un bevitore. Al Giambellino avevi i tuoi traffici da ricetta. Non eri mai caduto così in basso. Tu un ricetta. Meglio che lavare il culo a un vecchio, biascicavi al telefono(…)Il Giambe lo chiamavano i suoi frequentatori, eri abituato a certe retrovie, ma appena potevi tornavi ai giardini di Porta Venezia dove ritrovavi i voli delle colombe che seguivano la scia del pane, alzandosi  come una splendida diafana raggiera. (…)”.

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Vicki Satlow Literary Agency,  Milano

 

Se non fosse che E.W mi abbia così in odio

Se non fosse che E.W mi abbia così in odio, lei che compare mille volte, in mille ruoli, nei miei scritti e in quel che so e realizzato del mio immaginario polacco, le avrei chiesto di raccontarmi gli autori che ha amato e farlo qui nel blog. Vorrei che mi si raccontasse ancora della Polonia, di quella nostalgia slava irriproducibile, di quella bellezza antica, di quella mancanza lontana inafferrabile che traduce lo sradicamento (e non scriveremo mai a sufficienza, non esaudiremo l’urgenza mai mai), di una storia disturbata edificata dal dramma. Alla signora E.W. le indicherei la porta d’accesso delle mie ossessioni persino, la chiamerei madame E. Perché mi seducono sempre gli epistolari, i secretaire, i merletti, i convenevoli d’antan, i vocativi enunciati con la grazia della lingua francese, la ceralacca. Chiamerei la signora E.W madame, in corsivo, per ogni pagina dattiloscritta in foglio di pergamena. Sono fuori secolo, sbagliato data, appassionata di colli lunghi sottili, camicie inamidate, capelli morbidi appuntati sulla nuca, corsetti, scarpe di marocchino rosso, babbucce, lamine d’oro e d’argento. Sediamoci al piano madame, suoniamo insieme questo allegro, dimentichiamo i crucci, il disonore, gli inganni, indossi il suo monocolo, mi guardi bene, potrei mai calunniare la sua persona, danneggiarla oltre ogni dire? Perdoniamoci madame.