sentivo parlare solo di roba

Mai una volta, negli anni dell’adolescenza, nelle case gialle, con Romina, Massimo, e gli altri, ho sentito pronunciare la parola Talento. Non sapevamo che farcene al limite del talento, ma non c’era da riflettere su un sostantivo che non apparteneva a un mondo, a un gergo. Il talento era un impiccio. Nemmeno la prof di italiano del liceo mi riconobbe qualcosa, benché gli scritti fossero al di sopra della media, esortava mia madre perché venissi seguita da uno psicologo. La prof di italiano credeva a tutte le balle che raccontavo nei miei temi, ora vorrei dirle: ma era soltanto il piacere della parola, era solo compiacimento anzi, impreparato e maldestro, era tutto funzionale e tutto serviva al suono al ritmo ad una certa suggestione che doveva farsi luogo. Erano balle. L’ultimo anno di liceo non fu il migliore, ci furono un sacco di problemi, avevo nella testa tutti quegli zombie che incontravo al Sert quando Massimo andava per il metadone o sentivo parlare solo di roba o del male, dell’Hiv o di chi si era fatto di ero cattiva. Non so quanti anni avessi, ne avevo duecento, fu un anno terribile. Così un giorno, l’insegnante di inglese, che spesso in classe arrivava  in ritardo, mi disse che nella vita sarei stata assente, avrei mancato, come a scuola, era una regola. Mi sembrò una fatwa.

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One thought on “sentivo parlare solo di roba

  1. Luigi La Rosa

    Molto bello, cara Veronica, drammaticamente vero e crudamente poetico! Attendo di leggere il tuo prossimo romanzo, sono certo che sarà bello quanto il primo!

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