il kitsch è democrazia

Sono stata tutto il pomeriggio ad aspettare che il barcone che avevo di fronte salpasse finalmente. Mi siedo di solito sulla prima panca di fronte la banchina del porto. Non sono tornata al tempio, lo avevo promesso d’altronde. Ho infilato il cappello fino agli occhi, è strano, perché non amo i cappelli, ma sono giorni che vado in giro così. Sono in cerca di un tempo preciso, in quel tempo fumavo ed ero abbastanza forte fisicamente, non avevo gambe così fragili. Mi sento agile ancora. E invece sono stanca. Siccome c’è il sole, penso che niente cambia veramente, soltanto interferiscono alcune cose, le distanze prima di tutto. Mi sfugge il congiuntivo, oggi, va bene. Mi siedo e non chiedo compagnia, accanto c’è uno che ascolta musica dall’i-pad, e dunque è insopportabile. Più avanti, due donne della mia età a occhio e croce si scambiano commenti su facebbok utilizzando un tablet. Urlano, molestano tutto il resto, discutendo infine sull’ultima intervista di Barbara D’Urso e sullo smalto della vicina di casa con i pantacollant e gli scaldamuscoli sui polpacci. Ma il kitsch è democrazia, facciamocene una ragione. Il barcone salpa la notte, sciocchina. Vedi? Gli arabi cuciono le reti. Ma che ne sai tu?

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