uomini nuovi: figuriamoci

Ordino una cioccolata amara alla menta, sono in un atelier. Dico: gli uomini una volta erano uomini a trent’anni, penso a mio padre e mi viene in mente subito un autogrill, un caffè, un aeroporto, Giuseppe Berto e Un homme et une femme di Francis Lai. Una giornata di nebbia, un pull nero, certi uomini insomma. Tento di leggere un libro pacifista scritto da un pacifista, nel frattempo noto uno sciame di ragazzoni, con le ciglia e le arcate ben curate. Avverto un freddo terribile, uno scoramento mai provato prima. Uomini nuovi, eccoli, si affacciano sull’uscio, escono a gruppi (ancora?), guardano (cosa, di grazia?), ridono (why?) e scivolano altrove, neanche danzassero su scarpette con la punta. Una volta, ho incontrato un pescatore, aspettava i cefali, al porto. C’era un bel sole. Pescava cefali, senza storcere il naso, stomaco di pietra e una gitanes al labbro. Non era fragilino, un bell’anello d’oro serrava l’indice nodoso, aveva abiti essenziali, indossava occhiali scuri alla Fred Bongusto. Il sabato pomeriggio è sempre un gran giorno, sempre a star soli, ad annoiarsi su libri noiosi, su  pensieri-iperbole dentro cui meditare sonnecchiando. E mai che un uomo, già, mai che un uomo. Cosa? Nulla, nulla. Intanto vado via, incontro il mimo sui trampoli, l’attore di strada  e il furgone della famiglia rock di british casinisti. Uomini nuovi, ma che vai cercando, figuriamoci.

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