I miei amati, i profeti delle panchine

Non è neanche l’alba. Bogdan P. scende dal treno di gran fretta con i connazionali, ci sono pure due moldavi e un paio di tunisini, hanno appena trascorso la notte. I treni devono ripartire. Bogdan pensa: sono vivo. Bisogna saperci fare con la vita. Lui è abituato. Stazione di Milano. Gennaio, fa un freddo cane. I connazionali scivolano da una banchina all’altra, sembrano zombi, cercano il caldo, in sala d’attesa trovano riparo, ma l’impianto comincia a scaldare soltanto quando aprono i negozi. Bogdan P. aspetta, è la sua specialità.

Da dove vieni Bogdan? Vengo dal voivodato di Lodz, nel distretto di Tomaszow Mazowiecki, dice. Polonia. Bogdan sembra molto giovane. Una donna di Varsavia mi ha riferito di un tempo in cui certi distretti, grigi e fumosi, trasformavano uomini e donne in merce di esportazione, dentro ducati furtivi, era il tempo in cui sopraggiungeva la democrazia, maldestra e impaziente, e la gente, i polacchi non erano preparati, abituati piuttosto alla dottrina, cupi simili ad armenti spaventati, della libertà la gente non sapeva che diavolo farsene. E le case su strade carraie si svuotavano lugubremente, le donne erano senza uomini, senza dote, e gli uomini finivano in Italia, anche loro, e loro – gli uomini – spesso riparavano nelle retrovie e diventavano numeri e poi nemmeno quelli. Bogdan viene dal nulla.

E’ giovane, quando chiede le sigarette ai passanti o qualche spicciolo, si guarda le spalle perché a Milano funziona tutto molto bene e se ti prendono gli agenti della Polfer sono guai. Il connazionale Rafal chiedeva al sud, in una modesta città del sud, in una giornata guadagnava abbastanza per comprarsi persino la vodka. Bogdan dice che Milano è un’altra cosa. I controllori sul tram o nella metro lo riconoscono, lui dice ok sbattetemi fuori, vivo per strada hei? Riesce a viaggiare, raggiunge Milano da parte a parte, per le docce, per il dormitorio, per la mensa. A Quarto Oggiaro le stanze sono bianche, le lenzuola pulite, le coperte sono due, Bogdan P. ricorda bene. Venti trenta letti per stanza e la mensa la sera senza bisogno di doversi sbattere fino al Tricolore o all’Opera di San Francesco. In strada devi saperci fare, dice Bogdan. Dormiva al Pirelli fino a novembre, Greco Pirelli, stazione periferica di Milano, dormiva sotto la macchina obliteratrice e la notte non era un sonno vero perché certi sono bravi a rubarti le cose, il passaporto o la sacca con i cosmetici, il dentifricio, il dopobarba. Bogdan li chiama proprio così: “i miei cosmetici”. E un po’ sorrido, un po’ il mondo mi pare grondare di pietà negli occhi belli e drammatici di quest’uomo polacco.

Una sera lo accompagno in mensa, centro di Milano, aspetto fuori, lui esulta dopo e dice: “C’era il tonno, stasera”. Sembrava davvero felice per questo, il tonno, una scatoletta di tonno accanto al piatto.  D’un tratto la sua felicità mi è arrivata feroce, innocente eppure feroce. Poi Bogdan sa mangiare di fretta, tanto di fretta, arriva prima. E si tratta di solito della medesima questione: arrivare prima,  sulla vita, prima degli altri. Anche al Drop In succede la stessa cosa. Al Drop In di Monza è andato per ripararsi dal freddo, sapendo di dover ammettere la sua dipendenza, il suo alcolismo. Lui aveva un numero, era registrato, poteva discutere con gli operatori e spiegare come mai si finisca in strada, a bere certo a bere. Così Bogdan per non morire assiderato andava al Drop In di Monza, prendeva un treno, vada come vada. E se filava tutto, al Drop In c’era il caffè caldo o i biscotti o un divano libero al limite, dove riposare, se arrivi in tempo, e devi arrivare prima, dice Bogdan, così la freghi la vita.

Lui e gli altri: scendono dal treno la mattina, all’alba, che il sonno non è mai esaudito veramente, e il freddo è persino più crudele della felicità che sopraggiunge in mensa se c’è il tonno in scatola o una fetta di panettone o se le due coperte bastano. Bogdan viene dal nulla, la sua è la generazione del nulla, la cosiddetta Generatja Nic, antisovietica, anticomunista, sedotta dalla mollezza dell’Occidente, dai suoi fiori di plastica. Bogdan non ha sniffato colla come gli amici in Polonia, l’alternativa era la vodka, sempre meglio, sempre meglio che impazzire con la droga dei poveri. E certe volte a Bogdan sembra lo stesso di impazzire quando la notte sotto le coperte, tra i due distributori di ticket, qualcosa lo tenta verso il passato, nel passato Bogdan trova solo ceri, o non trova nulla. Allora, Bogdan conosce tutti i dormitori, via Lecco (Monza), via San Martini a Milano, e Quarto Oggiaro. E ripete incespicando, con una buffa pronuncia slava: “Quarto Oggaro”. Manca la i, dico, e lui ripete: “Oggiaro”. A Monza, durante la sua permanenza nel dormitorio di via Lecco, pensava che tutto sommato poteva smetterla di peregrinare, interrompere la catena del suo karma, inquieto, da globetrotter. E come lui i suoi connazionali non sanno spiegare perché non si smette di accorrere da una sventura all’altra, lasciato il paese,  e sono trascorsi anni, e non c’è stata clemenza. In questo tempo, Bogdan ha seppellito un po’ di amici, tutti morti di alcol più o meno direttamente. Funziona così.

Stasera dove dormi, chiedo. Bogdan schiarisce la voce rauca, come se parlassimo di cose innocue, della pioggia, dei prezzi rincarati, e invece è un resoconto infernale, Bogdan riferirà in quale fossa andrà a nascondersi, tirando su le spalle e aggiustandosi il collo della camicia. E quando stavolta sono io a pensare ad una scatoletta di tonno, mi vengono in mente i piccoli panini duri della nonna di Peter il pastorello (ricordate Heidi?). Chi non ha pianto su quella pietà, su quelle ante vuote, su quel pane raffermo?

(Bogdan, il clochard che rincorre la vita nel freddo di Milano – Il Fatto Quotidiano 12 febbraio 2013)

 

 

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