ma per chi scrivi?

Torno al tempio e mi sembrano secoli trascorsi, oggi, di traverso tra me e le pietre bianche che conducono al sentiero. Nel frattempo, credo di aver vissuto sempre meno. Al momento vigilo dalla torre, sono isolata signori, sì è così, bastioni e terrapieni ricolmi di superbia, la superbia tiene distanti gli altri, il mondo, le cose. Al tempio siedo sulla solita panca, le panche sono il talamo, letto d’ospedale, di morte, proscenio di indicibili conversazioni, come i soliloqui dell’ubriaco della Karlsgasse. In attesa della contentezza, l’ubriaco kafkiano mestamente ammetteva di non aver capito. Credo che smetterò di chiamarlo tempio, il tempio sono ruderi, hanno smesso di esercitare prestanza o vaghi richiami a qualcosa di cui ho smarrito il senso. Il mio problema si chiama noia, non sarà affatto facile trascinarmela dietro, una volta chiuso con la vanità e certe betise, che a superare un po’ di anni inducono alla pietà, la cagionano negli altri. Guardandomi intorno la gente mi par matta, perché vive, ho dimenticato la differenza della luce del cielo quando piove o tira vento o piove, la dice lunga sul mio stato di alienazione esclusiva. Ma a chi importa? Ogni post  tedierà chi lo incontrerà per caso: ma per chi scrivi? E’ una domanda questa? Sono due.

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