esser bella era un dovere

A ventitré anni lavoravo dietro il bancone di un pub. Il giovedì organizzavano certe orribili serate a tema, con la moda dei balli di gruppo che aveva contagiato la città, una specie di bubbone malefico. Non avevo amici, ne avevo tre anzi, Salvo (che mi leggeva i Ching), Sebastiano che oramai aveva perso il senno, Alfredo che si bucava. Indossavo gonne a pieghe fuori moda, scarpette col tacco e maglioni color pastello aderenti in vita. Sono sempre stata vanitosa, allo specchio sistemavo i capelli, morbidi sulle spalle oppure li alzavo sulla nuca, truccavo le labbra e appena un po’ di cipria rosa sugli zigomi. Esser bella era un dovere, pensavo, ma esserlo alla mia maniera. Il giovedì a volte i marinai russi facevano una gran caciara, uno di loro, che sembrava un capitano, alto, severo, mi invitava con modi romantici offrendomi il braccio, come  i signorotti di Mosca, nei salotti di Dostoevskij, dei romanzi di Dostoevskij. In quel momento il vecchio megafono suonava Edith Piaf.

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