La Santa

Skenden si appropinquava con il macchinone, quello senza targa e senza bollo. Litigava con i vigili che impedivano il transito. Ne veniva fuori a  testa alta.
<No, scusa, scusa uomo, no, io no posso passare senza mircedes. Tu capisci, uomo. Prego uomo>.
Era testardo Skenden. Ma infine aveva la meglio. Posteggiava alla dogana, di traverso. Apriva il cofano e tirava giù un foglio di cartone, quindi estraeva la biro dal taschino e si appressava ad incidere: SONO KOSOVARO. O FAME. PREGO SOLDI PER ME E PER FILI.
Quatto, quatto si insinuava nella ressa, raggiungendo la nomade in un baleno. Controllava gli utili tutto impettito e la sberla non la dimenticava mai, quella sul finale che gli riusciva meglio. Quella che doveva avercela con il molare di Altana.
E Mario non c’era. Che sollievo. A vederlo quel farabutto, con la dentiera d’oro. Bene, che lo tenessero le suore. Bene. Altana non si dava pace: il bruto la prendeva e Mario era lì, zitto zitto, che non faceva una piega e giocava alla Play Station.
Tutto avrebbe spaccato, Altana. E lo stereo di Mohammed lo avrebbe sconquassato con una falce, con un bazooka. Pure Sofia avrebbe sezionato, con un coltellino. Sì, quella vecchiaccia che nessuno aveva il fegato di montare.
Quando finivano i fuochi, però, quando il mare luccicava sotto il getto di colore, quando il boato culminava,  e l’animosità del popolo di fedeli allentava la morsa, la donna riempiva il petto di odori nuovi.  Ed era breve, troppo breve. Allontanava i vecchi sozzi umori di Skenden, il suo penoso parlottare con gli astanti, il suo chiedere insulso. Tutto si portava via, come l’acqua al suo passaggio, e non ricordava nemmeno più il viso rattrappito di Sofia, le grosse natiche di Giulia. Le fosse di mota. Passerà e quando? Una stagione? E’ come l’inverno? Era più che l’inverno. Era un disgelo che non arrivava mai. E al campo si dormiva, sempre, benché la caciara, benché le risse.
Quand’è che la puzza di legna, arroventata nella stufetta della baracca, si stemperava? Quand’è? I nomadi puzzavano di quell’acre lezzo. Punto. Erano nomadi forse anche perché bruciavano quella maledettissima legna che riscaldava fetidamente. E impregnava i tappeti e le brande pencolanti. Ed era colpa di Sofia che impastava la farina seduta acciambellata, con le dita unte e ci friggeva la cipolla. E lo faceva nella pentolaccia scura sul  braciere.
Quando le dame della solidarietà varcavano l’antro, ritiravano il volto con orrore. Era un riflesso incondizionato. Era difficile condurre la missione con autocontrollo. Per questo nessuno ci veniva più al campo. E quelle stesse dame adesso attraversavano il viale, avvolte da preziose stole. E tendevano le narici, mostravano il belletto con sussiego. E se andavi alla Caritas, la mattina dopo, le vedevi ancora imbrattate di fondotinta, con la punta delle scarpe tirate a lustro e le calze sfilate.

Poi facevano i convegni e parlavano di autonomia dell’uomo, di prevenzione e consulenza ai minimi. E invitavano Altana. Che  si mostrava timida e avvilita, che inceppava la lingua e non sapeva rispondere.
<Su, Altana, dì cosa pensi del Sindaco. Dì cosa ti serve>. Il circolo delle donne era il più solerte. Alla festa religiosa le consorelle avevano fatto ala, tutte quante, con il marito, che era quasi sempre un ragioniere.

http://www.enricobrizzi.it/tomassini.htm

 

Advertisements

One thought on “La Santa

Comments are closed.