Monthly Archives: March 2013

riuscirai a cavartela?

E’ la solita storia: mi ha dato quei soldi e un portachiavi, dentro una busta. Li prendo, facendo finta di non sapere. Dice che sta male. Di colpo la consapevolezza che l’ebreo ci sia stato sempre è ingombrante, spaventosa. Lui ti ha amato veramente, penso, non ha chiesto nulla, mai. Lui c’è sempre. Ti ha perdonato ogni volta, immagina senza di lui, le tue richieste assurde, i tuoi pianti, i capricci, i tormenti, le enormità degli altri, franavano su di lui, riuscirai a cavartela? Tanto gli altri ti hanno scaricato, gli altri uomini più o meno. Sei un padre, un amico, un fratello, intesi? Lui annuisce. E’ un pomeriggio ventoso, il sole illumina a tratti la piazza di pietra bianca. Suoniamo all’amico, dorme forse, l’altro esce in balcone, urla malamente: chi è? E’ ubriaco. Andiamo via. L’ebreo dietro, io avanti, ho freddo guardo a terra, conto i passi.

dove eravamo rimasti

Dopo Sangue di cane (Laurana editore), ci sarà un seguito?  Me lo avete chiesto in tanti. I lettori mi ringraziano ancora oggi per averlo scritto, mi sorprendo, sul serio, ma non dovrei, altrimenti peccherei di falsa modestia. Di recente un nuovo lettore mi ha lusingato con la  cura e l’attenzione, il suo immaginario impressionato dalla trama del romanzo, e tutte le volte è un colpo al cuore. Certo, come si dice, era una storia necessaria, cioè dovevo raccontarla, dovevo. Sarai in grado di scriverne altre? Non lo so, non me lo chiedo con la giusta preoccupazione. Ho già scritto per la verità. Il punto è un altro: l’idea di un sequel del romanzo (perdonate l’inglesismo), che dapprima mi sembrava improponibile, oggi mi appare l’unico dato di fatto. Immaginate la mia trilogy (esiste esiste), la trilogy di una vita ordinaria, di una donna ordinaria, a tratti speciale per grazia del destino. Il destino indossava cenci, eroi capovolti hanno sbarrato la sua strada. Erano loro il mio destino. Aspettatemi cari lettori, abbiate pazienza, quel giorno arriverà. Volete davvero sapere che fine hanno fatto quei due? Di Slawek, di lei? Aspettatemi, abbiate ancora pazienza, quel giorno arriverà ed io vi sorprenderò, esultando: dove eravamo rimasti?

La fila per iI pane dei trentadue ultimi

(…)Mentre  un tunisino (a occhio e croce dovrebbe  essere un tunisino)  si avvicina alla calca, una donna italiana e l’anziano  moralizzatore    che  non vuole   gli   stranieri    ”patruni” borbottano   tra i denti.  Il tunisino è ubriaco,  mi  informano che lavora  al mercato  di tanto in tanto.  Il tunisino  blatera  qualcosa, capisco che ce I’ha con me: “giurnalisti e avucati sono genti furba” dice seriamente.  Dipende, la butto Iì. L’omone  di Barcellona Pozzo di Gotto lo invita ad andare altrove, non fa niente dico, e in quel momento sento una certa agitazione tutto intorno, dalla fila qualcuno  strepita, forse stanno litigando. Aprono i cancelli, il sole picchia  duro, è proprio  una bella giornata, ma se vedo la fila penso che poi non lo sia veramente  una bella giornata. Aprono  i cancelli e d’improvviso seguo la strana cometa umana  sparire  oltre le grate, le facce stravolte, le mani, le concitazioni,   inghiottiti,    oltre   le grate, I’anziano, i posteggiatori, il giovane italiano,  spariti, tutti dentro. Trentadue  dentro. Fuori rimane  il sacerdote che prega ancora,  ha smarrito  la ragione, qualcuno deve riportarlo  a casa. Non sanno nemmeno  il suo nome e nemmeno lui lo sa. Il trentatreesimo (…).

Il resto potete leggerlo su Il Fatto Quotidiano – edizione 28 marzo 2013

Il paradiso deserto di Teresa

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Teresa Ciabatti in libreria con “Il mio paradiso è deserto”, Rizzoli.

C’è qualcosa che mi colpisce di lei, al di là di tutto, qualcosa che me la rende cara, vicina pure non avendola mai vista, pure essendo l’una per l’altra forse solo un avatar, un post, un cuoricino. Me la rende cara la sua feroce nostalgia. Parlo di Teresa Ciabatti, scrittrice e sceneggiatrice romana, che torna in libreria con un nuovo romanzo, Il mio paradiso è deserto (Rizzoli). Di Teresa ho intuito qualcosa, la sua capacità di tradurre il dolore in lapidi laconiche, crudeli, ed è poi quel che, specularmente, la rende acuta, ironica, di una cupa surreale lucidità, allora io, che sono nessuno, dico che lei  racconterà, ha raccontato, superbamente il nostro tempo, lo ha saputo fare, talvolta le bastano appena tre righe in un post. Ed è quel mondo posticcio, grondante di esibizionismo, lucido e fasullo, che ci rivela, è la spada di Damocle che tracolla ora da un lato ora dall’altro, Teresa se ne assume il tragico peso. Il  commovente cinismo è la cifra della sua statura letteraria, perdonatemi l’eccesso di stima, non sono una cattedratica, a scanso di equivoci, sono solo una che legge da sempre. Vorrei risarcire Teresa, la bambina stavolta, dalle sue ossessioni (l’infanzia è il luogo dove tutto si compie, la solitudine, la morte del padre), ma alla scrittrice dico che senza quelle non avrebbe raggiunto alcune vette. Alla scrittrice dico che il suo linguaggio è il suo prezioso stigma, ciò che mi auguro, è il suono della parola che potente evoca distrugge guarisce, è la coroncina d’allora alle nostre afflizioni, la promessa di eternità. Nel paradiso deserto di Teresa mi accomodo volentieri, lasciando che certa saggezza da outsider mi possa contagiare, la sua bellezza, la sua grazia. Così la immagino.

ecco tutto

L’ebreo apre il paltò, dalla tasca tira fuori la piccola bottiglia di rum, dà un sorso, accende la sigaretta. Di colpo sento la tristezza del mondo. L’ebreo era un amico, no, non è vero, lo tenevo sotto scacco, era un ricatto morale, me lo ha detto lui. Allora stammi lontana, ricordi? Ti ho avvertito, stammi lontana perché ho bisogno di tutto, e pur di salvarlo, capisci? Per me non voglio niente, dico all’ebreo. Non importa sai, i vestiti, i soldi, non li voglio per me, non darmene, se me ne dai io li prendo, io mi faccio comprare. Ecco tutto. E non dire sempre ecco tutto.

questo inferno melò ti prende alle budella

Ho un’istintiva diffidenza verso le storie di donne raccontate da donne. Mica per altro, è che proprio non riesco a comprendere la loro lingua. È come se si parlassero fra loro. Credo che la stessa identica cosa succeda, a parti inverse, per i racconti d’avventura, da Verne a Clive Cussler (sì va bene, lo confesso, ho letto Clive Cussler): molto più maschili che femminili.
Ora, negli ultimi tempi mi sono posto il problema.
Sono una persona politicamente corretta nella vita e nelle opinioni, ma sessista nella lettura?
Così, sfoderando il mio bravo senso di colpa inculcatomi dalle suore immacolatine, ho cominciato a leggere questo primo romanzo di Veronica Tomassini, Sangue di cane.
Ho fatto opera di contrizione.vera scarp de tenis
La lettura ha preso subito una piega inattesa. La consistenza della trama è roba forte: una ragazza siciliana si innamora di un mendicante polacco; alcolizzato cronico per di più. Nasce tra i due un amore assoluto, perfettamente corrisposto. Vissuto al limite; nei parchi pubblici, alla Caritas, nelle comunità di recupero… Raccontato in prima persona, questo inferno melò ti prende alle budella. Con una lingua raffinatissima, sostanzialmente nuova, l’autrice ripercorre le tappe autodistruttive dei due personaggi. A colpirmi è stata poi un’altra cosa: la voce narrante. La protagonista si rivolge esclusivamente al suo perduto amore polacco, ripercorrendo le tappe del loro rapporto impossibile. Il lettore cade giù, in basso, insieme a loro. Con un misto di insofferenza e attrazione per questo dolore immedicabile.

(L’articolo originale potete leggerlo qui: http://viarigattieri.blogspot.it/2010/12/nrl-vi-sangue-di-cane.html)