Tutta la forza nativa di Marina Cvetaeva

♣Andare a capo

La rubrica di Elio Grasso

                                               

                                             Marina Cvetaeva, Le notti fiorentine (Voland) 

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para.

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para.

Nelle turbolenze emotive per causa di una folta vita amorosa, ma nella grandezza poetica, Cvetaeva colpiva sempre al centro della questione confessionale. Per quanto un essere umano donna possa denudarsi completamente e denudare chi ha la ventura di sottoporsi al suo sguardo. Perfino una corrispondenza privata (avuta con Abram Višniak, proprietario della casa editrice Gelikon che pubblicò le raccolte Separazione e Mestiere) viene alla fine srotolata nelle pagine di un libro, Le notti fiorentine in omaggio a Heine, che però restò inedito per quasi mezzo secolo. Scritte in russo a Berlino nel 1922 ma tradotte undici anni dopo in francese perché trovassero un pubblico rinnovato, queste nove lettere testimoniano la possibilità ancora barbara che in una certa epoca l’amore potesse restare integro dentro una lingua perfetta, mai irrigidita dagli stereotipi né incatenata a una sorte che si vedeva e sapeva già contraria. La classica e ora aggiornata cura di Serena Vitale (a trent’anni dalla prima edizione) ci mostra, da par suo, la febbre materiale di Cvetaeva, che sarà stata pure una mangiatrice di uomini, ma con quale lucidità e determinazione fu in grado di attribuire un linguaggio unico alla diagnosi dei sentimenti, e mettendo i bastoni fra le ruote della legge divina che dichiara quanto la passione privi l’ingegno ai bisogni dell’arte. La libertà di cui sono imbevute queste lettere ha qualcosa di talmente inattuale da renderle addirittura rivoluzionarie, in questi anni di spesso fasulle posterità. L’amore implacabile qui è la stessa scrittura, non c’è separazione fra le due istanze. Višniak fu sopraffatto e spaventato dall’eretica Marina, nei cui scritti riportava certamente stravolta la leggenda delle proprie vicende passionali. Tutta legna portata al forno dello scambio intellettuale, e probabilmente corporale, in un continuo andirivieni fra avvicinamento esagerato e fuga precipitosa, fino alla vendetta dell’oblio. Ma fra la morte dell’amico editore, avvenuta in un lager, e il suicidio di lei, c’è tutta la forza nativa di una vita mai assopita né costretta a un patteggio che ne avrebbe irrimediabilmente scalfito la grandezza. Dare riposo e sfamare, diceva Cvetaeva, è quanto di preferibile possa sussistere nelle relazioni fra i sessi. E come il principio sia vero lo si comprende in questo libretto, che resta ancora oggi una duttile e durissima lezione d’amore.

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