Normalizzare, la parola d’ordine

Al tempio andavo ogni giorno, con una rubrica appena concessa, strappata con i denti al capo di tutto, di tutto eh? Quello che non si può nominare, ma era un terrore indotto da colleghi zelanti, cosparsi di zelo. E ne sapevano una di più, gagliardi, uh, bravi ragazzi dicevo. Dovevo realizzare qualcosa di nuovo, un linguaggio in grado di sperimentare, in redazione dicevano fossi matta, eccellenza casomai ingovernabile, ma non lo ammettevano veramente, piuttosto la mia originalità era avulsa da una tendenza normalizzatrice che in redazione era legge. Normalizzare era un diktat. La mia è una natura testarda però, al tempio documentavo la vita aliena usando parole amene (o aliene certo). Racconti matrioska, mondi schiusi dentro altri affioravano tremendamente da casine nascoste, un vociare misterioso si propagava negli interstizi dei vicoli, da cui fuoriusciva l’umanità negletta. Fu un tentativo ostinato, e la rubrica andava bene, i lettori capivano molto più di quanto miseramente avrebbero concepito colleghi gagliardi, con mansioni superiori, bravi ragazzi. Oggi cosa fare di tante parole? Il mio destino si chiama scrittura? Aggiungiamo ancora e non saprei rispondere. Il mio destino è la sorte di un ronzino che si crede un outsider, di un pettirosso che si crede un’aquila. Un inutile vaso cinese che crede di essere un vespasiano. Forse.

(continua)

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