Storie del tempio

cropped-ver-letter.jpegL’ebreo aveva perso autorevolezza, a mio avviso. Lo intercettavo attraversare la piazza dinanzi al tempio, pentendomi persino di averlo chiamato poeta, peccando così di leggerezza. Il poeta. Mica era uno che declamava a occhio e croce, due sestine, due quartine, no per carità. Eppure ogni cosa, ogni sciocchezza raccolta per via diventava funzionale alla rubrica. Che razza di carogna ero già diventata, forgiata dal mestiere come si dice, carogna senza viscere al limite. Il problema era diventato un vero assillo: hai mai incontrato un tizio che valesse veramente o piuttosto non sconfessasse con l’eloquenza del fatto in sé la propria ordinarietà? E cosa vuol dire essere ordinari? Io per prima lo sono (ammettilo e spala i fossati di superbia che circondano il tuo torrione pericolante, bella mia). E la questione era anche: dannazione, sono un’anaffettiva. Stentavo allora, come oggi, tant’è molto poco conturbava il mio spirito, nulla che attenesse alla concezione comune del dolore. Il mestiere mi costringeva a cercarlo, tradurlo in battute e in pezzi da spedire entro le quindici. Dunque crollavo insieme alla inetta spavalderia, sulla panca del tempio, fissando sgomenta la calza sfilata della vecchia di via Dione che riposava con la testa reclinata. Avevo in mente un titolo, storie al tempio, storie del tempio, e così via.

(continua)

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