Finisco negli stessi luoghi di Christiane

Ogni tanto incontravo il compagno di liceo che si faceva ancora, quello che suonava il piano, che leggeva Cioran e i grandi pensatori illuministi. Di solito ero la prima ad abbassare lo sguardo, ero io che mi vergognavo della sua defezione, sei la pietra d’inciampo, diventerai mai la pietra d’angolo? lo diventerai sì pensavo. Finisco negli stessi luoghi di Christiane, non sono mai uscita veramente dall’Alexanderplatz o dal dancing obnubilato di una periferia di Berlino, dalle sale sature del fumo degli chilom nella Haus der mitte di Groupiusstadt. Vorrei potermi spiegare, non riesco con esattezza, vorrei spiegare la trepidazione e il ribrezzo che provavo tutte le volte, seguendo Christiane, come l’altro uomo seguiva il compagno di liceo. I suoi jeans, cuciti addosso di volta in volta, la sua sporta con la stagnola, il laccio, la siringa. Io vedevo tutto tutto, dentro i cessi di Bulowstrasse, e quelle facce tremende, luttuose, già cadaveri, Atze, Lufo, Livia, Axel. Le parole, l’abbecedario: valium, mandrax, efedrina. E temo sopra ogni cosa la voce di Bowie, le luci fredde della metro o dei quartieri dormitorio, the sense of doubt. E’ talmente pauroso pauroso.

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