La storia di Ramzi

(tratto da Il Fatto Quotidiano – sabato 16 marzo 2013)

Era una promessa del calcio, e invece oggi è un musicista, non cercava suo padre e lo ha trovato. E quando lo ha trovato gli promise: “Papà, un giorno ti farò volare”. E suo padre aveva gli occhi che luccicavano per la contentezza e anche Ramzi, ti farò volare gli promise. Allora il padre poggiò ai suoi piedi la cassetta di arance e con le mani sporche e rugose asciugò gli occhi.ramzi3 E quel giorno arrivò e Ramzi suonava in duetto con Katia Ricciarelli, nel teatro di Lentini con le sue belle poltroncine rosse di velluto. Suo padre entrò per la prima volta in un teatro, avanzando maldestro e  timoroso. Ramzi Harrabi, 36 anni, di Sousse, Tunisia. Ramzi oggi parla sei lingue. Non è un parvenu, è un artista che sta per pubblicare un romanzo, voleva fare il calciatore però. Questa è la sua vita.

Quando è arrivato in Sicilia nel 2000, con visto tedesco scaduto, sapeva soltanto che avrebbe dovuto superare un provino per una squadra del paese. La Sicilia allora era Lentini, ed è quel che gli parve. La squadra era la Leonzio. Ma Ramzi aveva il visto scaduto. Dunque la sua posizione di irregolare lo trasformò in un immigrato e basta, senza lavoro, senza soldi, senza documenti. Ramzi non pensava a suo padre, altrimenti soltanto attraverso i racconti della madre Omelkhir, era convinto che suo padre facesse l’immigrato dignitoso (cosa vuol dire poi), ma a Lentini non cercava mica suo padre. A Lentini l’Italia si mostrò a Ramzi in un retaggio stretto quasi irretito che per certi versi gli ricordava la vita di Sousse. Ramzi è nato nelle favelas di Taffala, il quartiere peggiore di Sousse, dove i compagni sniffavano colla, ma  Ramzi vestiva come un europeo, e tanto era già un parametro di rivalsa, europeizzarsi era un obiettivo. Lui sapeva il fatto suo e a Taffala lo rispettavano tutti. La sera tornava in taxi nel quartiere delle favelas, lasciando oltre il breve confine, dune di pietra e sabbia, tra la miseria e i resort di lusso, la città con le sue luci e i dancing  dove circolava la moneta, marchi, franchi, dollari. Ramzi sapeva guadagnare bene.

Lui ce l’ha fatta subito, frequentava i suk di Sousse, vestiva con abiti europei. Voleva fare il calciatore, la madre gli raccomandava di non vergognarsi di essere povero, ma Ramzi non lo era più tutto sommato, anche se viveva a Taffala, baracche e promiscuità e vecchie case senza colore, con mattoni di creta uno sull’altro e sabbia e niente tutto intorno. A Lentini, certi braccianti per via gli indicavano i campi dove suo padre raccoglieva gli agrumi nel tempo stabilito, i braccianti del luogo in dialetto oscuro lo incalzavano: “Tu si figghiu di Maumettu? (sei figlio di Maometto)”. Ramzi non capiva, poi  imparò . Sì lui era figlio di Maometto cioè Mohammed, suo padre era Mohammed. Imparò, fino a rispondere “Sì, sugnu u figghiu di Maumettu”.  Ma Ramzi era troppo bianco per essere un arabo, era viziato, e fu l’idea che la gente del paese ne dedusse. Ramzi voleva fare altro, il padre lo faceva soffrire, vederlo chino e provato da quella vita primitiva lo faceva soffrire. Suo padre suonava il flauto nel mausoleo di Sidi Khlif. In certe riunioni di famiglia Ramzi cantava e il padre suonava il flauto. Il flauto è rimasto in Tunisia.

Oggi Ramzi vive a Siracusa, è un mediatore culturale, presidente della Consulta Immigrati e interprete nella commissione rifugiati, insegna lingua e cultura araba, dipinge, scrive. La sua compagna è un’inglese. Nella vita si vive molte volte sì. Ramzi a Lentini aveva perso tutto di nuovo e invece no, aveva trovato tutto, e su quel tutto intercettò ancora qualcosa, riconoscendovi ogni debolezza. La debolezza è una risorsa, persino un desiderio sbagliato lo è, un’ossessione, un eccesso di superbia, la defezione spesso nutre l’Araba Fenice, come è accaduto a Ramzi. E quando Ramzi si ritrovò con la schiena piegata in un campo di raccolta, lui che aveva dato il colpo di reni nella terra di nessuno che era Tafalla a Sousse, realizzò che il destino lo sorprendeva di nuovo a metà strada. E forse già aveva scritto i suoi primi versi, suonato le prime note, mentre il sole picchiava sulla nuca e i capò gli urlavano dietro in una lingua sconosciuta dura e ottusa, lui allora già scriveva: “Sicilia, qui ho trovato il mio destino, qui rivivo i miei giorni di bambino nelle vie della casbah e il profumo di mia madre attorno a me che sento anche adesso insieme all’eco della voce di mio padre”. Ramzi è il primo figlio della primavera araba che lui ha militato anzitempo quando commerciava dietro il bancone di un souk, sognando l’Europa.

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