fumavo la mia marlboro

Apro i cassetti, uno dietro l’altro. Son le cose che contano, mi viene in mente una canzone, tristissima, mi mandava in paranoia da ragazzina. Ci ripenso, le cose che parlano, le cose che contano, i cassetti nascondono i segreti, nascondono la mia vita segreta. Pedissequa, sei come i serial killer, mi dico. Tiro fuori  un maglione color pastello, oh lo ricordo questo, lo indossavo certe mattine di primavera, sedevo sulla panca, non al tempio, ma al porto, e fumavo la mia marlboro. L’aria della mia città vicino al porto celebra la libertà più ingorda, è una di quelle tragedie della mia città, ispira quel che non è, eppure il cielo è così potente sopra la mia città e i diportisti, le piccole brezze, le onde di ritorno, sono tentazioni, credevo che la mia natura ingovernabile anarchica avesse mantenuto le promesse sempre, credevo di non diventare mai vecchia, di non parlare mai al passato. E allora sopra la mia testa i piccioni tubavano, gli stormi poggiavano sui rami, una voce lontana mi suggeriva qualcosa di antico, avevo i brividi, muri a secco, casine stanche del dopoguerra, vicoli nel dedalo di Ortigia, passata di pomodoro ad essiccare sui davanzali, basilico, poeti stremati su angiporti anneriti dalla muffa. Non chiedetemi quanto tempo sia passato, vedete uso bene il congiuntivo, a chi importa. Ascoltavo lui anche, lui è Carlo Muratori.

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