La fila per iI pane dei trentadue ultimi

(…)Mentre  un tunisino (a occhio e croce dovrebbe  essere un tunisino)  si avvicina alla calca, una donna italiana e l’anziano  moralizzatore    che  non vuole   gli   stranieri    ”patruni” borbottano   tra i denti.  Il tunisino è ubriaco,  mi  informano che lavora  al mercato  di tanto in tanto.  Il tunisino  blatera  qualcosa, capisco che ce I’ha con me: “giurnalisti e avucati sono genti furba” dice seriamente.  Dipende, la butto Iì. L’omone  di Barcellona Pozzo di Gotto lo invita ad andare altrove, non fa niente dico, e in quel momento sento una certa agitazione tutto intorno, dalla fila qualcuno  strepita, forse stanno litigando. Aprono i cancelli, il sole picchia  duro, è proprio  una bella giornata, ma se vedo la fila penso che poi non lo sia veramente  una bella giornata. Aprono  i cancelli e d’improvviso seguo la strana cometa umana  sparire  oltre le grate, le facce stravolte, le mani, le concitazioni,   inghiottiti,    oltre   le grate, I’anziano, i posteggiatori, il giovane italiano,  spariti, tutti dentro. Trentadue  dentro. Fuori rimane  il sacerdote che prega ancora,  ha smarrito  la ragione, qualcuno deve riportarlo  a casa. Non sanno nemmeno  il suo nome e nemmeno lui lo sa. Il trentatreesimo (…).

Il resto potete leggerlo su Il Fatto Quotidiano – edizione 28 marzo 2013

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