lo scrittore e la follia

Ho appena finito di leggere un racconto di Stig Dagerman, I vagoni rossi, per la preziosa editrice di Pistoia, Via del vento: la collana iquadernidiviadelvento, curata da Fabrizio Zollo,  raccoglie, oltre a Dagermann, inediti di grandi autori del Novecento, Artaud, Camus, Musil, tanto per citarne qualcuno. Dagerman racconta la follia, Dagerman che è morto suicida intorno ai trentanni, un passato disturbato da abbandoni e da militanze anarco-sindacaliste.   Tutto questo non so se sia utile per osservare le traccie della scrittura fervente, sopra le righe di Dagerman, svedese, classe 1923, all’anagrafe Stig Jansson. La veemenza dei periodi, che perdono severità, in luogo di talune vette, dove al contrario non viene meno il ritmo, il sospiro, il pulsare della carne – e tanto per me indica il senso della letteratura – dimostrano la statura di un autore (quanto effettivamente conosciuto?) che non teme di raccontare il tabù. E ci terrei a precisare che sopporto appena chi ardisce di approfittarne, raccontando per cliché. I temi tabù, no per carità, temi tabù-archetipi, sono in pochi, sono gli eletti a potervi accedere. Non c’è niente di più insensato nell’ osare allora, altrimenti, niente di più difficile, di più patetico.

Lo scrittore e la follia non di rado andrebbero in tandem, è vero, ma anche qui è una questione di eccellenze. Dagerman racconta per voce del signor Samson, Helge Samson, ometto di poco conto, impiegato in un negozio di tessuti, la ferocia e l’evanescenza di una persecuzione vacua eppure persistente. Il male che Samson intercetterà, nei suoi deliri quotidiani, diventa pece per lo scrittore, pergamena su cui impaniare inconfessabili debolezze, paranoie in definitiva che ci appartengono. E torna sempre il suono della parola, il canto della letteratura tout court, il modulo riconoscibilissimo e sempre altro, nuovo. Dunque torno volentieri al Novecento, ed è una delle ragioni la constatazione di cui dicevo. Sulla veemenza, la parola che pulsa come carne vibrante: “(…)Lui è sempre stato solo, come ora – il treno – paura, rimorso, attesa di ciò che – il treno – non può mai accadere, vivere – il treno – è ritrovarsi talmente, spaventosamente solo – il treno, il treno – da non riuscire – il treno, il treno – con la propria malattia'(…)”.

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2 thoughts on “lo scrittore e la follia

  1. elio grasso

    tornare al Novecento, senza essersene mai andati veramente – riconoscerlo, notarlo, renderlo pubblico. un bel modo per non stare dentro ai trucchi.

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