Quando Ewa moriva di freddo

Quando la chiesa degli uomini tornerà a essere la chiesa di Dio? Ed è una questione che ho sentito sempre più forte negli anni, è tutto provato col fuoco. Ne ho scritto, ne scrivevo già come potete leggere quiggiù:

(tratto da Il Fatto Quotidiano 7 febbraio 2012)

Tutto sommato non faceva così freddo quando Ewa Biawolas morì dentro una grotta. Era Natale. Non faceva così freddo, non c’era la neve. C’era un freddo giusto, il freddo di Siracusa, la notte, qualche grado sopra lo zero. Ewa però moriva assiderata. Era polacca, era giovane. Mentre moriva dentro la grotta, fuori, qualche metro più in là, c’era un gran movimento di curiosi, c’era un presepe vivente, proprio nella grotta appresso. Nasceva il Figlio di Dio, mentre moriva il figlio dell’uomo. Succedeva questo. Caduti , tutti, dentro una parabola evangelica: gli astanti tuttavia non si accorsero di nulla, i religiosi erano certamente altrove. L’albergo cinque stelle illuminava, con i suoi fari oziosi, il parco roccioso, come sempre; di fronte, la chiesa degli ultimi giorni si ergeva silenziosa. Ewa moriva di freddo, come il suo connazionale, Miroslaw Dabek, l’anno prima, uomo di mezza età. Gli trovarono il passaporto immacolato dentro una tasca della giubba rognosa, lo immaginiamo ruvido, ben tenuto, con una bella foto tessera, pregna di dignità. Miroslaw morì fuori la grotta, presumiamo la stessa in cui morì Ewa. Solo che Miroslaw rimase seduto su una pietra. Morì di freddo. Miroslaw aveva l’esofago bruciato dall’alcol. “Nie hospitalu” (niente ospedale) sembra avesse confidato all’amico Jan. Sopra la pietra rimase in sua memoria una coperta logora, sottile, appena sollevata. I barboni di Siracusa, di solito immigrati, altrimenti un tempo usavano morire al parco. Il polacco Marcin, malato terminale, faceva la chemio in day hospital e la sera finiva sulla panca dei giardini. “Non bere, Marcin”  si raccomandava qualche volontario. Certuni, i più solerti, erano sinceramente preoccupati per la sorte di un balordo alla fine della sua vita. Non ubriacarti Marcin. Sparito Marcin. Non crediamo sia ancora vivo. Mai visti preti in trincea, preti capaci di raccogliere il becero, tenergli la fronte, ripulirlo dai suoi escrementi. Requiem puliti e distanti si celebravano lontano dalle grotte, dai luoghi di una umanità negletta, immorale a detta di molti. Siracusa ha inverni moderati, ma questi sono giorni freddi anche qui che è quasi Africa, sono una proroga sui cosiddetti “della merla”. Ciò nonostante, la chiesa degli uomini, che non è la chiesa di Dio, tiene chiuse le porte la notte,  e al povero casomai consegna le sporte di spesa in giorni stabiliti, con tanti “se” ragionati. Se un povero, se l’abietto, il becero, crepa su una pietra con l’esofago bucato, un prete non si fa missionario sulle strade, non conosce qui, a Siracusa, le strade degli immondi, e tiene chiuse le porte della sua chiesa, la notte. E non salva nessuno. Così esistono le cattedrali pagane, molto più frequentate, i centri commerciali per gli avventori che assistono al presepe animato di Natale e dimenticano di guardare verso Ewa che sta morendo dentro una grotta, pochi metri più in là. Siracusa non ha un dormitorio. Niente. Questione di sicurezza, di non si capisce bene cosa. C’è la Caritas con la sua mensa. Ma la notte ognuno col suo destino. Comunque ora alle grotte non si muore più perché l’area, in zona centrale, è posta sotto vincolo paesaggistico, e si è capito che gli immigrati (i barboni spesso lo sono) che bevono, che si nascondono nelle pieghe della balza rocciosa ad alto valore archeologico, sono soggetti disturbatori, hanno le buste di vino a lato, e poi magari danno di stomaco, defecano, o peggio vanno in epilessia, dimenandosi con la bava alla bocca, e poi magari schiattano. No, tutto questo non funziona con il decoro e la suscettibilità e il buongusto. Perciò se ne andassero tutti da un’altra parte. Ci sono apposite ordinanze, non si dorme alle grotte e nemmeno si muore quindi. Meno male. Orhan Pamuk  scrive nel suo romanzo, “Neve”, che in fondo per morire di freddo bastano soltanto tre minuti. Pare sia uno scivolamento accettabile, veloce senz’altro. Se ne andassero altrove, ché tanto se i beceri la notte  bussassero alla porta del prete, in parrocchia, mica lo troverebbero.  Ma la chiesa di Dio non è la chiesa degli uomini. Chi ha fede, sa che Dio è Padre e opera la Sua Rivoluzione nei luoghi dell’abiezione. Il Padre che siede con i profeti delle panchine, che tiene la fronte al becero, sollevando le braccia inutili del barbone sepolto dai suoi escrementi; che non riesce a smettere di amare chi ha tradito, umiliato, offeso, e si veste del nulla e ha la faccia segnata e sporca, e aspetta solo di perdonare, e lo ha già fatto. Il Padre che ascolta silenzioso il lamento del misero lercio accattone, con le lacrime agli occhi. Apriamo le chiese, apriamole di notte. Salviamone qualcuno.

 

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