ma ecco l’ultimo giorno

Una volta avevo una casa. Rieccolo, il solito piagnisteo.

Stiravo stamane, di colpo ho pensato a un giorno di dicembre, c’era il sole; quando stiro succede che scopro le cose vere, quando qualcuno mi ha abbandonato ed è partito per sempre. Ma ecco l’ultimo giorno, c’era il sole e lui sistemava i tubi in casa della vecchina, la nostra dirimpettaia. C’era un sole che sembrava aprile, e invece era dicembre, era quasi Natale. Quel giorno ho pensato “Dio, come sono fortunata, un figlio, un marito così, e tutto il resto”, la mia casa, eccetera. Indossava un maglione azzurro di cachemire, lo stesso azzurro viola dei suoi occhi. Sorrideva come sempre, anche la vecchina sorrideva, in risposta ad una qualche battuta di lui, concentrato nel suo lavoro di idraulica. Lui sapeva fare tutto. Volevo spiegare il nitore della luce di quel giorno, era davvero speciale, niente lasciava intendere la sventura. D’abitudine aprivo tutte le finestre allora le tende chiare della camera da letto e della sala si sollevavano, gonfiandosi verso il mare che si intuiva oltre il leggero movimento delle stoffe. Il mare prominente verso est era il paesaggio che mi accoglieva la mattina appena sveglia, aprendo le imposte. Volevo spiegarvi che vita avevo, non riesco mai abbastanza, era tutto diverso, ero pressappoco felice. Non è sufficiente detta così. Da allora furono giorni di lutto e anche oggi quando sorrido, parlo, cammino, agisco, mi rendo conto che vigilo dentro un lungo sonno tenebroso o stesa su un pagliericcio infestato di memoria, dopo ho seppellito le parole vere, le cose vere, la vita vera. E sono passati anni.

 

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