Le arance che muoiono di tristezza (Il Fatto Quotidiano)

Stanno morendo di tristezza, lo sanno fare meglio degli uomini. La disfatta è un passaggio molto lento talvolta,  piano piano smettono di esistere, smettono di nutrirsi, ad un tratto la luce si spegne, la luce del mondo: così le arance muoiono, muoiono del virus della tristezza. Gli uomini assistono sgomenti, è la malattia peggiore, la più grave, i giardini di agrumi sono desolati, devastati dall’agente patogeno che si chiama esattamente Citrus Tristezza Virus e, soltanto in Sicilia, ha abbattuto sette mila ettari di agrumeti, su quaranta mila totali. Gli uomini non capiscono, ma è in atto un salto di qualità della specie, non quella umana, no. Gli uomini non capiscono che le arance e il mondo e il resto del mondo, le  creature che noi pensiamo inermi, vigilano silenziose piuttosto e si animano di strane, segrete metafore. Però è tutto vero, la scienza verifica, il parco tecnologico e scientifico siciliano conferma. Bisogna divellere, seppellire il virus, ma la tristezza non teme rappresaglie. La tristezza è capace di mandare al diavolo ogni risorsa, come accade per gli uomini, le cellule vanno in necrosi, la linfa non arriva alle radici, le radici collassano. Anche agli uomini accade, il sangue par che smetta di pulsare verso la vita, di agitarci intimamente, infuocarci il viso se siamo felici o trepidanti o tutte due cose insieme. La tristezza certe volte  è più forte dei rimedi, è una tendenza dello spirito, del nitore di talune creature, è la resistenza dei giusti.

Intanto le arance muoiono, ufficialmente il virus proviene dall’Asia ed era già attivo negli anni ’30, non avrebbe mai potuto raggiungerci, e invece lo ha fatto, attraverso dei parassiti, i cosiddetti vettori, gli afidi, afidi marroni e afidi del cotone, si propaga con il movimento delle piante, delle marze. Questo dice la scienza. La tristezza colpisce le arance amare con sintomi di deperimento oppure intende manifestarsi con evidenti scanalature nel tronco, il legno diventa butterato e subentra la necrosi o ancora i semi assumono una pigmentazione pallida, giallognola, e nelle piante di arance dolci si insinua il nanismo, in special mondo negli innesti con le piante di arance amare.

Alla tristezza gli scienziati non trovano rimedio, la tristezza degli uomini o delle arance poco cambia. Un rimedio vero, che non sia la sintesi chimica della vita, della gioia anzi, proprio della gioia, la felicità è una bella parola, ma si preferisce gioia, e gli uomini tanto non credono alle promesse dell’una o dell’altra. Le arance sì e tutte le creature che immaginiamo mute, non educate o secondo taluni geneticamente destinate ad interferire con il genere umano. Le arance si illudono persino. Lo dico con una certa sicurezza perché ricordo una storia raccontata da un amico, un musicista, si chiama Carlo Muratori. C’è un podere, nella mia città, che si estende verso ovest, da una parte  con giardini di ulivi, dall’altra con aranceti. Le arance di quel terrazzamento aspettavano con fiducia l’uomo che ogni giorno veniva a testarne la fragranza, il turgore. E all’uomo che ogni giorno le raggiungeva attento, con la vanga in mano, le arance dimostravano gratitudine, esibendo colori inauditi. L’uomo ne accarezzava le foglie lucide, la trama, le forme, le arance crescevano in prestanza.  L’uomo era il mio amico musicista, non riusciva a crederci, ma era un fenomeno talmente evidente, non empirico chiaro e perciò stentava a riconoscerlo. Mancava un giorno, due giorni, e le arance lo accoglievano smunte, piccole, dimesse. Il mio amico musicista ammise: Non posso lasciarle, sono tristi altrimenti, puoi credermi?  Sì, certo, gli ho creduto. Non sapevo che esistesse un virus della tristezza e neanche il mio amico musicista ne era a parte.

 Bisogna leggere attentamente le modalità dei sintomi, è tristezza umana non ci sono dubbi:  “La pianta mostra uno stato di carenza idrica e nutrizionale a cui segue il disseccamento di foglie e rametti” leggiamo in un trattato botanico. Colpisce anche i limoni, non in egual misura tuttavia (d’altronde un limone non conosce dolcezza, una specie di misericordia, essendo strutturalmente astioso). Si teme sopra ogni cosa il crollo immediato, lo chiamano  quick decline, succede se la pianta non riesce a rifondarsi, rigenerando un nuovo tessuto vascolare. Spesso non è in grado, quando si è tristi non si ha voglia di far nulla. Altre volte succede che la tristezza non produce sintomi, soltanto la blanda colorazione, una disarmonia appena percettibile. Le arance sono tristi lo stesso, però, e finiranno per morire. Sono portatrici di metafore terrificanti, gli uomini non capiscono il salto della specie, l’impasse è meritato, condizionati da pregiudizi e certezze empiriche che non bastano ad esaudire il dubbio e rendere ragionevole la ragione della scienza, da sola. Gli uomini consideravano la faccenda un affare del tutto “esotico”. Non è presunzione questa? La tristezza non colpirà l’Europa. Chi lo dice? Eccovi le vostre arance tristi, vere arance siciliane tristi. Se il rimedio è la felicità, è un problema perché alla promessa non ci crede nessuno.

 

 Il Fatto Quotidiano, edizione 24 aprile 2013.

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