Jergović, il villaggio nel disastro

♦ Andare a capo

La rubrica  di Elio Grasso

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para.

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para.

jergovic

Miljenko Jergović
Volga, Volga
(traduzione di Ljiljana Avirović)
Zandonai

Pljevljak possiede una Volga M24 del 1971, automobile potente, russa, passata di mano in mano a militari in forza o quasi pensionati. Fra canti popolari e discorsi sui partiti, personaggi pressapoco potenti o messi in fin di carriera (e di vita) nel delirio guerrafondaio del territorio bosniaco. Pljevljak lavora nell’esercito come civile, sta sulla strada, raggiunge moschee e paesi che nella realtà non esistono, ma esiste quel che Jergović disegna come il viaggio nel disastro, quel che racconta nella “Trilogia delle macchine”, di cui Volga, Volga rappresenta il capitolo finale (dopo Buick Riviera e Freelander). Un romanzo che alterna protagonisti misteriosi, primo fra tutti il guidatore della Volga, e descrizioni geografiche di territori che sono i resti di una guerra combattuta a suon di proiettili radioattivi. Più subdoli e micidiali della bomba atomica. L’uranio arricchito cambia la genetica dei popoli, l’anima della gente, il terreno che i loro piedi calpestano. In Volga, Volga sono rovesciati documenti e leggende, donne floride e storie enigmatiche: non se ne viene a capo fin quando, nelle ultime pagine, sembra di capire qualcosa in tutto questo macello mentale, da Jergović guidato con categorica maestria, soprattutto se confrontata allo stato edulcorato in cui sta (a parte rara eccezioni) l’italico narrare. Il fatto è che nell’epica stradale e bellica degli stati slavi sono nati scrittori in grado di sondare a fondo qualcosa che conoscevano molto bene, avendo sborsato parecchio nella loro congiuntura epocale. Hanno saputo, senza indulgenza, raccontare come la vita da quelle parti non sia stata pilotare una Golf o premere i tasti di un qualsivoglia oggetto elettronico. Preghiera e armi fanno prendere decisioni inimmaginabili in certi popoli, per noi che da decenni conosciamo soltanto il “dramma” dei conti bancari, e l’assalto delle televisioni digitali, superate soltanto dai tablet. Sono miriadi i nomi da citare, caduti sotto quei cieli, pigiare sul gas di un’automobile potente come la Volga è come ammettere di aver ammazzato molta gente, dentro la storia che, non dimentichiamolo, è fatta di mille storie belluine, dove la ragione non sta da nessuna parte. Come da nessuna parte, e in ogni luogo, sta la narrazione che Jergović ha saputo presentare.

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