Era un vile

Ci sono anni che vorrei seppellire, sono il feltro dell’inutilità di cui mi sono ammantata stupidamente, la bandiera di un modo inane di stare al mondo. Anni persi, soltanto perché senza amore. Lui era un vile, secondo me, vista da qui oggi, uno che tenta il suicidio è già morto prima. Cosa c’entrava con me, sapete certi vampiri; le mattine al sert con lui erano un pellegrinaggio verso la terra dei morti, di subumani, non so come spiegare. Io ero una ragazzina. Mi ammalai di solitudine, smisi di mangiare. L’idiota mi indicò la strada, vai e fottiti, mi disse. Ancora adesso, mi capita di svegliarmi terrorizzata dal solito incubo: una specie di prigione da cui evito accuratamente di fuggire, lui è il carnefice, subumano dalle spalle curve e le braccia segnate dalle piste. Le piste sono le cicatrice dei buchi, se ne era fatti tanti. Non riesco a liberarmi dal tanfo di carne morta, la sua, benché oggi viva eccome. Per me è carne putrida, residuo di un’umanità che detesto. E lo dico così senza censure, senza convincermi a ragionare, a compatire.

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