Monthly Archives: May 2013

La ricerca di un’armonia

di Ivan Fantini

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche.
Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
ivanfantini.blogspot.com
(foto di Valentina Bianchi)

Ho con me la cenere, servirà ad ammantare l’orto, a proteggere le colture. Il pallido sole è incorniciato da una grigia foschia diffusa, sul selciato le impronte dei caprioli, sugli ortaggi la loro dentatura. Questo fazzoletto di terra è una tavola apparecchiata quotidianamente per un convivio animale, selvatico, primitivo, consumato nelle ore notturne. Con la vanga comincio a girare la terra per la prossima semina. Bella, grassa, umida, ad ogni incursione affonda negli strati: terroso prima, tufaceo poi e infine argilloso, un arcobaleno di colori che dal marrone scuro, attraverso il giallo senape arriva al grigio lucido. Le cornacchie in cielo hanno avvertito il profumo del loro pasto di lombrichi. Scruto l’orizzonte, oggi le curve sinuose del fiume non si vedono da quassù. Lascio la vanga e mi metto in cammino verso il fiume. Nell’oltrepassare la macchia incontro un albero di mele cotogne. Quelle a terra sono per metà marce, beccate dagli uccelli, sui rami qualcuna ancora resiste. Ne colgo una discreta quantità, carico lo zaino e riparto verso il fiume con il pensiero alla marmellata che confezionerò. In questi luoghi non c’è la fitta trama di recriminazioni e rancori, il tempo passa senza sfigurarsi, l’aristocratica desolazione dei luoghi dice che anche la resa può essere affascinante ed efficace. Mi muovo sui passi delle generazioni, la memoria sta nelle rovine del tempo. Il mio dialogo è con i morti in una vegetazione ibrida con lapidi e cippi solitari. Questi luoghi sono popolati di presenze che mi parlano continuamente di insorgenza, narrano del muoversi erratico e sprovveduto.  Occorre predisporre una sorta di patto energico e fisico fino a sentire i corpi che soffrono, scalpitano e ardono, occorre seguire le traiettorie di quella generazione, riappropriarsi di questi spazi, adesso che l’aria è asfissiante e chiusa là fuori. Questi paesaggi, quei corpi, quella forza sono la ricerca di un’armonia, di una lotta alimentata dalla passione per uno spaesamento davvero radicale.

 

 

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3 domande (più 2) a Veronica Tomassini

Mario Schiavone, nel suo blog, mi chiede qualcosa intorno alla scrittura

Inkistolio: Storie Orticanti

“So soltanto che la scrittura è un destino, almeno per me, non il passatempo della domenica…”

(Veronica Tomassini*)

Il tuo primo libro, “Sangue di cane” (Laurana 2010), ha avuto un buon successo di critica e pubblico. Quanto tempo hai dedicato a ideare quella storia?

Il romanzo racconta molto liberamente la mia vita, dunque posso dire che ad esso ho dedicato una parte della vita, vicende che mi hanno riguardato. Il romanzo è stato scritto in tre mesi. Non riesco a “ideare” un testo, non ci ragiono prima; per me in generale la letteratura deve sporcarsi le mani con la vita, non potrei (adesso parlo da lettrice) appassionarmi ad un libro che in qualche maniera mente, aggiungo poi che la letteratura non sa mentire.

Pensi di continuare a scrivere solo libri o hai in mente di dedicarti anche ad altri progetti artistici legati alla scrittura?

So soltanto che la scrittura è un…

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si ricordano di me, mi chiamano signorina

Stamattina, come tutte le mattine, mi preparo con una certa cura, indossando persino il rossetto e sistemando i capelli come meglio posso: devo scrivere, non ho perso l’abitudine. Ho l’adrenalina a mille. Così accade da un ventennio a questa parte. Non ho perso la mano, è il mio mestiere, anche ora che mi ha abbandonato, diventando direi quasi un affare liquido, a volte con difficoltà mi riconosco in un ruolo che attiene agli uomini, non so come spiegarmi. E tuttavia: mi chiamano ancora i conoscenti della vita di prima, “faccio una mostra signorina, la prego, mi pregi della sua presenza”, e mi interrogano così, con un tono aulico, superato, pieno di reverenza, di solito lo fanno gli anziani, mi chiamano signorina, ritengono che lavori ancora nella stessa redazione del quotidiano siciliano. No, non ci lavoro più, mi hanno licenziato (ma non dico che adesso collaboro con un giornale importante e che di quello di prima non me ne fotte all’incirca niente). Spesso si ricordano di me gli anziani, e mi chiamano signorina, con la voce rauca, e un rispetto romantico che amo molto. E poi aggiungono questi vecchi, con tenerezza: lei scrive con il cuore. Altra asserzione fuori tempo. Non è vero oppure non lo so cosa vuol dire scrivere con il cuore, ma va bene lo stesso. Anche certe poesie trasudano sentimento, non abbiamo paura del sentimento, no per carità. Restiamo rionali, saremo salvi.

La colonna infinita della poesia

Lo scaffale romeno

di Eliza Macadan

 

Eliza Macadan, nata a Bacau, in Romania, nel 1967. Risiede a Bucarest e a Roma. Ha esordito nel 1988 sulla rivista mensile di cultura romena «Ateneu». Bilingue, fin dalla sua prima raccolta, Spatiu auster (Edizioni Plumb, Bacau 1994), Eliza Macadan ha scritto e pubblicato in romeno e in italiano. L’edizione italiana della silloge del 1994, Frammenti di spazio austero (Libroitaliano, Ragusa 2001) ha ottenuto il premio romano “Le rosse pergamane” nel 2002. Hanno fatto seguito In Autoscop (Edizioni Vinea, Bucarest, 2009); La Nord de cuvant (A Nord della parola, Edizioni Tracus Arte, Bucarest 2010) e transcripturi din constient (trascrizioni dal cosciente, Edizioni Eikon, Cluj Napoca 2011). Giornalista professionista, è stata corrispondente in Italia per varie testate romene. È membro dell’Usr (Unione Scrittori della Romania).Nel 2012 ha pubblicato il volume “Paradiso riassunto” (Joker Edizioni). In uscita: “Anotimp suspendat” (Stagione sospesa), Edizioni Eikon, Cluj Napoca, 2013

Eliza Macadan, nata a Bacau, in Romania, nel 1967. Risiede a Bucarest e a Roma. Ha esordito nel 1988 sulla rivista mensile di cultura romena «Ateneu». Bilingue, fin dalla sua prima raccolta, Spatiu auster (Edizioni Plumb, Bacau 1994), Eliza Macadan ha scritto e pubblicato in romeno e in italiano. L’edizione italiana della silloge del 1994, Frammenti di spazio austero (Libroitaliano, Ragusa 2001) ha ottenuto il premio romano “Le rosse pergamane” nel 2002. Hanno fatto seguito In Autoscop (Edizioni Vinea, Bucarest, 2009); La Nord de cuvant (A Nord della parola, Edizioni Tracus Arte, Bucarest 2010) e transcripturi din constient (trascrizioni dal cosciente, Edizioni Eikon, Cluj Napoca 2011). Giornalista professionista, è stata corrispondente in Italia per varie testate romene. È membro dell’Usr (Unione Scrittori della Romania).Nel 2012 ha pubblicato il volume “Paradiso riassunto” (Joker Edizioni). In uscita: “Anotimp suspendat” (Stagione sospesa), Edizioni Eikon, Cluj Napoca, 2013

Tre giorni di poesia e manifestazioni connesse sotto l’egida del Festival Internazionale di Poesia “Tudor Arghezi”, evento di spicco nella vita letteraria romena, alla sua trentatreesima edizione, in questo mese di maggio. A Targu Jiu, nel dipartimento di Gorj (Romania), hanno partecipato all’evento trenta autori, prevalentemente di poesia, arrivati dalla Romania, ma anche dall’estero:  da Parigi Eric Sarner, da Londra Stephen Watts, dall’Ucraina Vasile Tariteanu e dalla Serbia Adam Puslojic accompagnato da altri quattro poeti valacchi – hanno portato le loro più recenti creazioni, hanno partecipato a eventi artistici e culturali del luogo e sono stati il principale punto di attrazione di una piccola città che, però, per la sua ricchissima agenda culturale farebbe invidia a qualsiasi capitale europea. Non devo passare leggermente su un punto forte di questa festa della poesia ovvero la presenza della critica letteraria romena con tre dei più autorevoli critici degli ultimi 50 anni (!) e sento il dovere di fare i loro nomi: Ion Pop, Eugen Simion e Gheorghe Grigurcu. Poi ci sono stati i traduttori di poesia – ogni edizione, gli organizzatori del festival realizzano una raccolta bilingue con un numero di 11 poesie di Tudor Arghezi  e con disegni e grafica che danno un elegante libricino da collezione. C’è, giustamente, una giuria che accorda i premi sostenuti dalle istituzioni culturali e dalle riviste letterarie in varie sezioni (poesia e critica, suddivise in opera prima, opera omnia, debutto assoluto). Ricordo i grandi premi di questa edizione: Adrian Popescu – poesia – e Eugen Simion – critica. Sono messi insieme rappresentanti di tutte le generazioni creatrici di poesia, anche se solo per così poco tempo, sicché la frattura generazionale che si potrebbe accusare in certi momenti risulta, almeno in situazioni come questa, del tutto teorica. Se un festival di questa portata è attento nella scelta della sua giuria, allora i filtri valorici di un numero sempre in aumento di gente che scrive e, di conseguenza, pubblica, rimangono puliti e permettono un’evoluzione sana e igienica del fenomeno letterario, troppo spesso propenso al lascia passare. Gli stimoli dovrebbero funzionare sia come incoraggiamento, sia come disapprovazione e invito a una più severa autoanalisi.

Targu Jiu, la colonna infinita

Targu Jiu, la colonna infinita

Per chiudere in poesia e bellezza queste righe, evoco la figura del grande poeta moderno Tudor Arghezi (1880-1967), di cui alcune poesie sono state tradotte in italiano e che ha beneficiato dall’interesse degli accademici romanisti (ricordo solo alcuni – Marco Cugno, Rosa del Conte).  La giovane letteratura romena, e intendo per giovane secoli di esistenza, deve ancora processare bene la sua modernità, perché delle volte sembra che troppo facilmente sì è propensi a mettersi completamente nelle mani dei vari post del modernismo, senza avere ben imparato la lezione dell’eredità. A Targu Jiu, questi ultimi giorni di maggio, ho avvertito la presenza di due grandi spiriti della cultura romena: Tudor Arghezi e Constantin Brancusi.

 

Bogdan viene dal nulla

“Una donna di Varsavia mi ha riferito di un tempo in cui certi distretti, grigi e fumosi, trasformavano uomini e donne in merce di esportazione, dentro ducati furtivi, era il tempo in cui sopraggiungeva la democrazia, maldestra e impaziente, e la gente, i polacchi non erano preparati, abituati piuttosto alla dottrina, cupi simili ad armenti spaventati, della libertà la gente non sapeva che diavolo farsene. E le case su strade carraie si svuotavano lugubremente, le donne erano senza uomini, senza dote, e gli uomini finivano in Italia, anche loro, e loro – gli uomini – spesso riparavano nelle retrovie e diventavano numeri e poi nemmeno quelli. Bogdan viene dal nulla”.

Puoi leggerlo per intero qui:

https://shop.ilfattoquotidiano.it/2013/02/12/bogdan-il-clochard-che-rincorre-la-vita-nel-freddo-di-milano/

Il pane spezzato

di Ivan Fantini

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche.
Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
ivanfantini.blogspot.com
(foto di Valentina Bianchi)

Faccio parte di una comunità provvisoria che trascorre il tempo a decidere che fare del tempo che si concede, intrisa di uno spirito che sottrae piuttosto che aggiungere, rallenta invece di accelerare. Rifuggo l’incipiente senilità quotidiana mettendo a nudo le ferite di questo paesaggio tutto, rimargino parallelamente un percorso personale e collettivo senza rappresentarne l’ottusa soddisfazione. Oggi il cielo è terso, l’aria gelida, le mani intirizzite dal freddo. La luce trapassa i vetri e disegna ombre. Soffio sulle poche braci della sera, accendo la prima sigaretta, ascolto il lamento dei cani alla catena. Veglio le tante miserie e i pochi prodigi che abitano questa crosta gelida appena sfiorata da un sole malato, dove quello che so non ha più valore di quello che non so, quello che faccio non ha più senso di quello che non faccio e quello che penso non è esattamente quello che vorrei succedesse. Anche oggi la porta di casa rimarrà aperta, il profumo di erbe cotte e crosta di formaggio spezzerà l’attesa, un bicchiere di vino ne chiamerà un altro e un altro ancora. Allora la farina verrà intrisa con uova e ortica, il pungitopo sfrigolerà accompagnato dall’aglio fresco, il profumo si mischierà all’odore di umanità. E’ da questa possibilità che il singolo può diventare pluralità, aggregazione spontanea e indecifrabile, canto epico e lirico, funesto e funebre. E’ così che si offre una possibilità alla rottura dell’isolamento, è così che si espone la solitudine, la commozione, è così che si ritorna all’aderenza in un luogo come questo. Il pane spezzato con le mani diventa corpo di una comunità senza altare. Un segno, una traccia, una memoria per riconoscersi nel quotidiano che tende a separarci, addossandoci una fatica non più fatta di sudore ma di assurde preoccupazioni. Il pane, il vino, le erbe cotte, gli sguardi, le parole attorno a questo tavolo creano condivisione, disinnescano la falsa fatica, ne frenano la virulenza. La porta aperta, la frugalità della tavola, la gioia dell’attesa, umani atti minimi per non dirsi arresi.

quando il destino

Non è vero che il destino smetterà di costruire le sue stazioni, non ancora, come sosteneva Jaromil,  il poeta Jaromil de La vita è altrove. Se non mi fossi incaponita tanto, non lo avrei mai incontrato, e non potevo sapere che da quel momento in avanti la mia vita sarebbe cambiata. Dovevo immaginare qualcosa magari, non ero in grado perché non sono persona paziente. Oggi vorrei dirgli: grazie perché hai scelto di aiutarmi, potevi non farlo, non sono l’unica a questo mondo. Ci mancherebbe, non lo sono.  Allora torno a quel giorno, ero davvero così ostinata, così vergognata. E tuttavia, vorrei dirgli: mentre ad ogni sventura mi si voltava le spalle, mentre ero lì che pensavo di valere un accidenti, tu da lontano riuscivi a sollevarmi e più o meno sempre; volevo dirti grazie, vorrei anche uscire dal tunnel dei grazie no-stop, a te non importano, mi aiuteresti comunque.