che infelicità

In effetti, gli indigeni della città in cui vivo, non tutti ovviamente, la loro indole (generalizzo), mi inducono alla tristezza più che mai. Chi lo dice che il siciliano sia uomo semplice aperto e cordiale? Al contrario, il siciliano è stramaledettamente diffidente, irretito, pesantemente consapevole di esserlo. Qui, perlomeno, nella città in cui vivo, un sorriso, una gentilezza cagiona di norma reazioni ottuse e primitive. La mia infelicità (metto tra virgolette il sostantivo) trova in loro la vera ragione, il paesaggio ribelle, violento, pure nella luce indomabile, ha concorso a rendermi estranea, nutrendo  il senso di alienazione che mi perseguita tutto sommato, da quando sul ferry boat incontrai da punta  a punta l’altra parte dell’Italia. Questa cazzo di isola e i suoi lemmi coniati apposta, certa “isolitudine”, la condizione dello spirito, la malinconia del siciliano, quanta pesantezza e permettetemi di aggiungere superbia, superbia tipica dell’indigeno della città in cui vivo. Nei suoi quadretti che stringono il petto, marine velate di azzurro e tegole bruciate al sole, sarebbe facile ricredersi, e invece no: gli indigeni guastano la leggerezza di cotanta beltà (merita un passaggio lirico l’appunto). Peccato.

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