Il romanzo di Teresa Ciabatti: un misto di pietà e dolore

di Paolo Bianchi

paolo bianchi

Paolo Bianchi scrive su Libero. Autore di numerosi saggi e romanzi, traduttore. Ha un sito: http://www.pbianchi.it

Mi apprestavo a scrivere qualcosa sul romanzo di Teresa Ciabatti, Il mio paradiso è deserto (Rizzoli), che ho finito di leggere in formato pdf la settimana scorsa. Dopo ho fatto un viaggio all’estero, non ci ho più pensato, e al ritorno, appunto, mi son messo lì per scrivere qualcosa. Prima di scrivere, ho cazzeggiato un po’ (io cazzeggio molto) e ho guardato se qualcuno aveva già scritto qualcosa in merito. Ho trovato due recensioni, una di Giuseppe Genna e un’altra di un giornalista dell’Unità di cui adesso ho dimenticato il nome. Quando ho aperto il sito di Genna un virus mi ha neutralizzato il pc. E’ uscita la scritta “Polizia di Stato – il suo computer è bloccato” e tanti saluti. Volevano un riscatto, credo. Niente, mi è toccato chiamare il tecnico e consegnargli tutto quanto. Per fortuna ho un altro computer, così ho ricominciato tutto daccapo e ho letto questa sua recensione. A me sembrava di aver letto un altro libro.  Il pezzo dell’Unità (Giancarlo D’Arcangelo, si chiama, mi è venuto in mente) l’ho capito di più perché racconta un po’ il libro, e in effetti sì, il libro sono sicuro che è lo stesso. il mio paradiso è deserto

Allora adesso comincio sul serio. Il romanzo di Ciabatti parla di una ragazza di una ricca famiglia romana, i Bonifazi. Suo padre, Attilio Bonifazi, ha davvero un sacco di soldi e di potere. Vivono in un ex convento riadattato a villona. C’è anche il fratello Pietro, con la fidanzata Melania; lui è l’erede designato dell’azienda di smaltimento rifiuti. La madre sembra fluttuare in una perpetua incoscienza. Poi c’è Lorenzo, un coetaneo di Marta, timido e apparentemente impacciato, che si propone come fidanzatino. Ma Marta non piace a se stessa e perciò non le piace nessuno. E non piace a se stessa perché non rientra in un modello estetico dominante: è grassa. Per la verità le cose sono anche più complicate. Il punto di vista della narrazione, nella prima parte (ce ne sono tre), è quello di Marta.

Marta è una ribelle. Detesta la sua famiglia. Nelle prime pagine spara dalla finestra di camera sua con una carabina a aria compressa. Mira a suo padre che sta facendo il bagno il piscina. Lo manca. La ragazza, ventenne, si comporta malissimo. Ha voluto degli animali, ma non se ne prende cura. Si rifiuta di mangiare con gli altri. Spadroneggia sulla servitù. Quando le gira, prende la macchina e scappa. Combina anche dei disastri. Investe un poveraccio (di nome Lamberto Ciabatti, notate) e lo rovina, ma per farla franca ricorre al potere del padre.

Marta è una contraddizione. Vorrebbe essere buona, ma non ci riesce, perché preferisce la vita comoda. Come personaggio un po’ fa ridere e un po’ è patetico.

La famiglia Bonifazi ha qualcosa di orribile. Si vedano le parti due e tre, con i punti di vista del padre e del fratello. Un orrore che sfocia nel grottesco. Un Italian Gothic in salsa romanesca. Ciabatti sembra compiacersi a scavare negli atteggiamenti morbosi di questa combriccola, inclusi Lorenzo e Melania, contigui alla famiglia.

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Teresa Ciabatti, scrittrice e sceneggiatrice romana, potete leggerla anche sul blog che firma per Io Donna

Un libro scritto con un misto di pietà e di dolore. Senza moralismi, mi sembra. Quasi l’allegoria di una società, la nostra, dove le buone intenzioni nascondono in maniera ipocrita (ipocrita = sotto la maschera) debolezze che si riproducono geneticamente. Mi pare che non si salvi nessuno. Per capire il titolo ho dovuto pensarci su un bel po’ e non so se ci sono arrivato. Ci provo: il paradiso è un paradiso perduto, in realtà. E’ nostalgia del paradiso. Nostalgia della purezza, che forse c’è solo nell’infanzia. Restare puri, in un mondo così inquinato (l’immondizia), semplicemente non è possibile. Marta fa una liposuzione, per tornare magra. Rimedio estremo e estremamente stupido. L’arroganza dei ricchi. La loro impotenza, in fondo.

Povera Marta, povera famiglia Bonifazi, poveri quelli che hanno a che fare con loro. Altro che paradiso, loro rappresentano l’inferno. E lo riempiono.

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