ancora dal romanzo

(…)C’era Yurko, Wladislaw, Iaczek. Loro avevano le crisi, andavano in epilessia, epilessia da alcolismo. Non inorridivano gli appuntati. E nemmeno io che aspettavo il mio turno, seduta nell’anticamera, come dal medico, con un piatto di fegato fritto, coperto da carta di cellophane. Era per te, avevi fame, tu ne avevi sempre. La tua fame era paurosa, la tua fame sentimentale, perché eri un sentimentale. “Io troppo bisogno di ammore, io troppo bisogno di fare ammore, moie anjela”. Non ti bastava, tu spacciavi un vuoto secolare, il lutto di un popolo intero. Sì, il tuo era un dolore spacciato per libertà, ma quando la libertà non è un
crimine? Quando? Lessi i racconti di Marek Hłasko, quelli contenuti ne L’ottavo giorno della settimana, tradotto dall’originale Osmy dzien tygodnia, morì da alcolizzato, erano gli anni della Polonia di Gomulka. Un tascabile parecchio datato, un regalo di Katarina, la vecchia di via Pasubio, l’intellettuale di Cracovia sposata a un capitano di marina. Sai, Hłasko parlava di te.
Parlava di quel tarlo, Sławek, la vostra vicenda era laconica, era il tedium perenne che solcava gli angoli della tua bocca, era la tristezza arrendevole del post coitum, del tuo amore disordinato(…)

(Sangue di cane, Laurana, 2010)

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