Siracusa chiude tutto (da Il fatto quotidiano)

Credo che la mia città si stia congedando, a poco a poco. Chiude, e noi che la abitiamo, vedrete, deambuleremo in giacca da camera e babbucce, da un marciapiedi all’altro, prima o dopo. E quindi parleremo sempre al passato. E non lo dico soltanto perché non abbiamo un sindaco da un pezzo (nel frattempo il comune è a rischio default, con qualcosa come 5 milioni di debito fuori bilancio: carino) e non abbiamo nemmeno un sovrintendente del più prestigioso istituto di drammaturgia classica del Paese (Inda), commissariato per inciso, o perché non abbiamo troppe corse di autobus o troppi treni che si fermano o partono in stazione o perché non so cosa il destino abbia in serbo per il porto dove ho incontrato persino Rod Stewart, il suo panfilo spaventoso (era lui, pur tuttavia Rod non aveva le meche). Parleremo al passato fra un po’: ricordi la libreria del centro? E così via.

Infatti non c’è più la libreria del centro, in corso Umberto, l’ammezzato è vuoto e polveroso, affittasi leggo sul cornicione. Il corso è una specie di andito, palazzi d’epoca,  attici con vista mare, tanto esosi quanto inani (e chi li compra?), qualche banca e una volta (non tantissimo tempo fa) certi negozi esclusivi, mercerie preziose, fondaci con stole di bei tessuti in vendita, una lentezza tipica dei quartieri eccellenti, questo è l’unico che abbiamo dentro l’eterna Ortigia ovviamente ed è tutto custodito nelle intenzioni dall’Unesco, cioè qualcosa di Ortigia (rione antico) è patrimonio dell’umanità. Ma i negozi chiudono, le librerie, le pizzerie, l’Upim (era una certezza, da non crederci), saracinesche chiuse nella via più lussuosa della città. Secondo i dati ufficiali, pubblicati da Confcommercio, Siracusa conta 300 aziende in meno, l’equivalente di mille posti di lavoro, siamo la capitale della disoccupazione (sono pur sempre traguardi per certuni):  su 39 mila posti di lavoro andati in Sicilia, badate solo Siracusa ne perde a tambur battente 14 mila. E non è finita. Sandro Romano, presidente della Confcommercio di Siracusa, ha intenzione di aprire uno sportello destinato al sostegno psicoterapeutico degli imprenditori, depressi a ragione della crisi. Sandro Romano è anche l’uomo che pubblicamente ha invitato il sindaco di Siracusa, Roberto Visentin, ad andarsene a casa e di corsa. Così è stato, in  cambio abbiamo ricevuto il cadeaux e l’anarchia,  cioè il default di cui dicevo sopra.

Siracusa è una città interessante, mentre saluta distrattamente il centro commerciale fuori porta (che perde commercianti come fossero bottoni), un altro ne accoglie. Per fare cosa, sono in molti a domandarsi. Cosa farsene? Il centro commerciale fuori porta è diventato un luogo metafisico, spariti un numero inquietante di negozi in galleria, ha assunto una dimensione quasi parossistica. Una caciara da fiera dell’est ne pervadeva un’ala, è capitato durante il periodo di carnevale o subito dopo, ad un certo punto la galleria centrale ha accolto qualsiasi cosa molto fellinianamente, su tavoli di ambulanti, si vendevano formaggio e caramelline gelatinose, uno strano odore di cammello ottenebrava i pensieri (sempre meno pazienti), un paio di poltrone giacevano a bella posta (perché?), bambini vestiti in maschera lanciavano coriandoli ad avventori cinerei. E le imperscrutabili vetrine, con due camicie di quale annata nessuno chiedeva, l’avvicendamento di un salotto di pentole in luogo di altra roba di abbigliamento, ringalluzzivano la sensazione definitiva che chiunque  avrebbe potuto spennare polli  (polli veri, non è una metafora) seduto sulle panche e Mangiafuoco divorare burattini di legno, non avremmo sussultato noi auditori, quattro cinque, sei al massimo. Era chiaro che il centro commerciale, che un dì svettava sul poggio, brillante nella sua posa di cattedrale pagana (lo fu), non vendeva nulla, o un tutto che sommariamente imitava il nulla, senza alcun conforto, nemmeno quello che una volta (parliamo sempre al passato, come dicevo) proveniva dal reparto pescheria del supermercato o dalla rosticceria e allora non c’era uno strano odore di cammello (ma è una traduzione olfattiva personale) ad impressionare talune sensibilità, intorno sarebbe stato soltanto un innocuo rimando di pratiche domestiche,  di gite domenicali con carrelli congestionati di pile di acqua distillata, carta igienica e succo di pomodoro in offerta. Finito quel tempo.

Vai a giocare a briscola, mi ha urlato dietro un tizio di recente, pensavo fosse un’imprecazione, e invece no, era un consiglio, usciti testé entrambi dal centro commerciale, con imprevedibili oggettini nelle sporte, acquistati sul tavolo degli ambulanti, scostando a mani nude le gelatine di zucchero e il formaggio di pecora. Siracusa è la città della pace.

Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2013)

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14 thoughts on “Siracusa chiude tutto (da Il fatto quotidiano)

  1. Pingback: Siracusa chiude tutto (da Il fatto quotidiano) | Veronica Tomassini

  2. zenkitchen

    Molto bello…ho abitato a Siracusa fino a settembre scorso e speravo di tornare da quelle parti anche se rendendomi conto delle difficoltà…questo articolo mi fa pensare che un aria fantasma stà prendendo il sopravvento …

  3. sebas.

    e promettono posti di lavoro inesistenti!…

    bello l’articolo e nostalgico… i vari ipermercati, grazie ad un signore di nome Bersani (legge del commercio 1997/1998) ha ucciso letterlamente i centri storici che erano i centri commerciali naturali fin dal passato.
    sebas.

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