La ricerca di un’armonia

di Ivan Fantini

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche.
Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
ivanfantini.blogspot.com
(foto di Valentina Bianchi)

Ho con me la cenere, servirà ad ammantare l’orto, a proteggere le colture. Il pallido sole è incorniciato da una grigia foschia diffusa, sul selciato le impronte dei caprioli, sugli ortaggi la loro dentatura. Questo fazzoletto di terra è una tavola apparecchiata quotidianamente per un convivio animale, selvatico, primitivo, consumato nelle ore notturne. Con la vanga comincio a girare la terra per la prossima semina. Bella, grassa, umida, ad ogni incursione affonda negli strati: terroso prima, tufaceo poi e infine argilloso, un arcobaleno di colori che dal marrone scuro, attraverso il giallo senape arriva al grigio lucido. Le cornacchie in cielo hanno avvertito il profumo del loro pasto di lombrichi. Scruto l’orizzonte, oggi le curve sinuose del fiume non si vedono da quassù. Lascio la vanga e mi metto in cammino verso il fiume. Nell’oltrepassare la macchia incontro un albero di mele cotogne. Quelle a terra sono per metà marce, beccate dagli uccelli, sui rami qualcuna ancora resiste. Ne colgo una discreta quantità, carico lo zaino e riparto verso il fiume con il pensiero alla marmellata che confezionerò. In questi luoghi non c’è la fitta trama di recriminazioni e rancori, il tempo passa senza sfigurarsi, l’aristocratica desolazione dei luoghi dice che anche la resa può essere affascinante ed efficace. Mi muovo sui passi delle generazioni, la memoria sta nelle rovine del tempo. Il mio dialogo è con i morti in una vegetazione ibrida con lapidi e cippi solitari. Questi luoghi sono popolati di presenze che mi parlano continuamente di insorgenza, narrano del muoversi erratico e sprovveduto.  Occorre predisporre una sorta di patto energico e fisico fino a sentire i corpi che soffrono, scalpitano e ardono, occorre seguire le traiettorie di quella generazione, riappropriarsi di questi spazi, adesso che l’aria è asfissiante e chiusa là fuori. Questi paesaggi, quei corpi, quella forza sono la ricerca di un’armonia, di una lotta alimentata dalla passione per uno spaesamento davvero radicale.

 

 

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