Monthly Archives: June 2013

Aiuto, il talent di scrittori no! (Il Fatto quot.)

La notizia ha fatto il giro dei social network. E ho subito pensato: è la fine. Anzi è lo spartiacque, niente sarà come prima. La notizia viene rilanciata a più riprese: in autunno, Rai Tre firmerà un talent dedicato agli aspiranti scrittori, sei serate, un prime time, una giuria composta da autori noti, c’è già il titolo “Masterpiece”.

Cercano il nuovo best seller. Ho un po’ di freddo addosso. Sono pessimista, penso: certi tabù non si sdoganano, mai. Perché lo avete fatto? Per giunta il direttore di rete, Andrea Vianello, conferma alla grande in un tweet denso di attese. E’ un tabù, la letteratura è un tempio, ci credo ancora, non bisogna violarlo, no no; la letteratura non ama le corporazioni, poi diventano generi però, la letteratura non ama gli stacchetti, le tette strizzate in un push up (letto su facebook, commento scritto da una donna), va bene non succederà, però esiste un rischio, oramai c’è un precedente. E così è troppo facile, sei dentro o sei fuori. E quelli dentro? Saranno portatori di nuovi linguaggi che si aggiusteranno al format televisivo (è un format no?) e saranno presto linguaggi appiattiti dal mezzo (la televisione), inevitabilmente. Normalizzeranno il talento, lo sta già facendo il social network in generale, una sconsiderata democratizzazione in corso e da un pezzo, d’altronde è l’ambizione di ognuno, perché ognuno teme la sindrome di Salieri casomai, ma tanto poi ci sentiamo tutti Mozart.

E quelli fuori? Dovranno attenersi alla neonata pianificazione della parola scritta, che poi diventerà un gadget, assomiglierà a qualcosa e chi scrive, fuori dal format, dovrà considerare il fatto e il fatto è una stretta al cerchio. Certo, sono opportunità, ma non aggiungeranno molto salvo ai pochi, toglieranno al limite agli altri. E’ veramente difficile immaginare un dopo, al momento i diktat attengono al plot (trama), dunque a imperscrutabili leggi di mercato (non le ho mai capite), al numero di copie che hai venduto, sotto le quattromila è meglio dedicarsi all’ippica. Con i numeri rimediati da un talent sarà ancora peggio. Si ristabiliranno le regole. La letteratura non ha regole. Qualcuno deciderà: questo è buono, questo non lo è, con una visione a larga scala del genio (anche) se vogliamo. Il genio sta sempre solo, invece. I lettori si sottovalutano molto spesso, sono esigenti, con tutte le buone intenzioni un talent è una sottoeducazione in linea di massima, una visone parziale , un trompe l’oeil della realtà che viene riprodotta, il tutto infilato dentro il sistema talk. Ma non è questo il punto. Noi che stiamo fuori, cosa dobbiamo fare? Pensiamo solo al destino della musica nei talent: non è spaventoso tutto ciò?  La letteratura in pasto alle major.  E le file oceaniche di declamatori, millantatori di versi, menestrelli della prima ora, dovremmo augurarci di finire tutti così, in attesa di un provino?  Oh certo, la selezione e il resto avranno sequenze diverse, educate, rispetto ai talent che conosciamo, parliamo pur sempre di scrittori (sì vabbè). La scrittura è un destino, c’è una specie di pudore che deve restare, non so come dire. O magari no, gli autori da valutare saranno segnalati dalle case editrici, dagli agenti, non lo so. Ma per chi resta fuori sarà sempre più complicato, outsider prossimi a trasformarsi in ronzini, perché c’è l’ennesimo pedaggio da estinguere, un’opinione pubblica congetturata che non possiamo prefigurare prima, sarà la medesima a pronunciarsi, secondo quali criteri, è drammatico persino domandarsi.

Temo un destino da fast food  o da alimenti surgelati. Temo l’omologazione spinta, come ha osservato un giovane artista su facebook. Concepiranno nuovi blockbuster? A che servirà? Un vantaggio, uno solo, per chi resterà fuori dai sei? E tra quei sei, risorgerà il mostro, e avrà ragione, e da quel dì in poi  normalizzeremo, aggiusteremo i nostri impulsi, quel che una volta era il dolore del mondo, indefettibile vezzo dello scrittore, lo adegueremo al vincitore del talent con il best seller in tasca. E ci crederemo tutti. E il dolore del mondo sarà uno scketck, uno stacchetto, un’azzuffata da talk di prima serata; un battito di ciglia, sparito. La scrittura compete ad un’anima chiamata memoria, una memoria lontana, inarrivabile, da consumare da soli, al massimo in compagnia di certi lemure; quella memoria non vuole essere addomesticata. Ma può accadere qualcosa di terribile: saremo tentati, noi che stiamo fuori, fuori da sei, saremo mai capaci di rifiutare la lusinga di una vetrina che ci prometteranno giammai circense? Davvero non saprei rispondere.

 Il fatto quotidiano – edizione del 29 giugno 2013

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UN LIBRO PER IL MONDO (ESTATE 2013-ESTATE 2006)

Andare a capo ♠

La rubrica di Elio Grasso

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para.

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para

Trascorsa la Pasqua, non invano nonostante l’attuale avventura terrena, riprendo le corrispondenze con la poesia che sa di lotta e salvezza: il poema, nel più vero senso del termine, portato dal libro di Carlo Alberto Sitta, Museo degli astri. Testimoni delle cose poetiche, persona e libro, come raramente accade negli esiti della realtà a cui siamo di fronte. Di fronte all’orizzonte che oggi si fa vedere, tessuto in abbondanza di rilievi e scabrosità, contaminazioni radioattive e climatiche, molti giovani si raggruppano in nome di eventi biografici minimi, assumono battaglie minime, e davvero non so quanto sia giusto farlo. So che, ancora di fronte a tale orizzonte, vivono poeti meno giovani (alcuni addirittura hanno varcato la soglia della vita – e penso a Spatola, Porta, Sanesi, Beltrametti, Vicinelli, Costa, Raboni, Rosselli… – senza però davvero andarsene) che diversamente combattono con belle ragioni, con armi distinte e leggere, capaci forse di ferire ma non di uccidere, anzi di rinvigorire i corpi degli ascoltatori, siano questi puri ed esenti, siano questi altrettanti poeti capaci di vedere partenze e approdi, dilemmi e coscienza. E così porto i miei passi dentro questo libro, non senza cautela, e avanzo come se anch’io fossi capace di dispormi dentro a un tal genere di destino. Anche se so bene quanto il destino, nel caso di Carlo Alberto, sia venuto fuori da un mai esaurito rapporto intero con la terra e i suoi abitanti, le città i paesi (Modena, Nonantola) e foreste, pullulanti di anime corte e lunghe, di corpi magnifici e forse anche brutti. Ognuno ha il suo rilancio di vitalità, e la vita mai sparisce del tutto: comincia proprio in Rara Requies (1999) questa capacità di prendere le redini della morte per convertirla e spingerla a forza in “un luogo indenne”. E’ qui dentro (o qui fuori?) che l’amore per la moglie non più fra noi, per Marie-Louise Lentengre, s’incide dentro stagioni che se non hanno la lusinga del mito almeno si ampliano sempre di più. Il poema è la lingua del poeta, che cammina lungo il fiume, contiene numerosi spazi fra una strofa e l’altra, lascia che le radici si allarghino nel folto. Ma quanto costa scrivere che l’acqua trascina la cenere “finché non diventa insensibile”? Quanto si riesce a tagliare le radici fino a che il fusto si allarghi sull’amore, vicino alla terra come si deve, senza che si protenda inutilmente verso l’alto? E’ il costo che ha l’imbrigliare la prosodia dentro la propria percezione, senza che la realtà si capovolga o diventi addirittura metafora. Il costo altissimo che si scontra con l’esilio, tenendolo a bada, e rifiutando le droghe del dolore. E’ così che la verità della parola si può paragonare a quell’altra verità che strappa proprio tutto: “Il corso del tuo ultimo viaggio ha strappato / la foce  dove una spuma  irrisolta si frange…” Carlo Alberto è stato dentro, senza mai smettere, questo paragone, rovesciando su di sé l’ultimo fiato, l’ultima fiala di medicina, come se davvero esistesse una bella dimora per tutto. Rara Requies è il Salmo che semplifica e rende noto l’accaduto, dentro un corpo e lassù sopra la collina, l’assoluta sincerità dell’uomo che canta la propria fragilità: “Per non vederti più come eri e non farmi / tradire dal verde perpetuo ho murato ogni / antro nella retina che mi conduce in città”. Per fare questo, Carlo Alberto ha attraversato le tradizioni della poesia europea, ha negato e liberato, ha assunto l’aspetto francese della lotta, in direzione della realtà psichica e drammatica dell’esistere. La luce e la sensazione della luce, là dove è nato e forse non è già più provincia, e il Secchia è il fiume di tutti i fiumi, ancor più della Senna: “Anche nei giorni felici ci potevamo stancare / prima del contrarsi delle canzoni che amavi / nelle linee della mano…” Si dà il tempo alla vita di diventare donna, prenderla e lasciarla secondo i propri slittamenti, per poi affrontare il dolore con risentimento, e questo soltanto nel trascorrere dei giorni, mai nella poesia che invoca altri metri, altri meridiani: “A questo serve il distacco, a colpire la vita / nel momento in cui l’affanno prorompe”. Cos’è questo, se non una dichiarazione di poetica e al tempo stesso una dichiarazione di esistenza in vita? E rendo ragione del fatto, adesso che è trascorsa la Pasqua, che questi due versi sono davvero una culla, una fonte, un ombelico, per chi voglia avvicinarsi al grande fiume della poesia contemporanea. Di quale condizione è, dunque, un poeta come Carlo Alberto Sitta, che avvia il suo libro più importante con il poema che sa “essere” qualunque possibilità legata alla lingua? Ragionamento, dolore, speranza, capacità di nutrire un sobrio costituirsi: 101 versi soltanto, solcati da una grossa manciata di spazi bianchi che, come molti sanno, assumono il significato del lutto. Ma c’è anche il candore dei primi tempi, perché qui spesso il cammino va verso l’origine, o almeno verso l’inizio che aveva molto da imparare, e già lo sapeva: “Sono coralli i drappi stesi nell’immemorabile / candore dei primi anni, prendono il posto dei / frutti certi di questa terra…” E dunque sia, Rara Requies.SAMSUNG

Gerusalemme degli orti, delle navigazioni sulla sabbia tutta intorno, oltre le mura, a cui si lega questo poema del 2001, con il controllo dei semi e delle idee senza incagliarsi nei rami secchi del millenarismo: “A nominare / dio ne intuivi la folla interrarsi / sotto la spia segreta delle stelle…” Quelle parole che lasciano il segno del passo, perché sempre l’uomo conserva la libertà di dare significato, anche diverso dall’usata cognizione, al proprio sentire. E sentire e “vedere” qui procedono accostati come sensi primari: sentiamo la capacità del distinguere il clima, il calore sulle mura, l’aria che passa fra gli ulivi. Le stanze di Gerusalemme si dilatano, assumono la consistenza di mattoni cotti alla luce della visione, perché in questo poema  in misura maggiore si avverte una progressione inedita, forse mai provata, verso l’abbacinante delirio solare che sovrasta una “terra scabrosa”. Carlo Alberto va alla ricerca del sangue, dopo averne conosciuto il rallentamento e l’ingorgo. Sa che nei luoghi ben poco metafisici dell’Oriente più vicino “vegliano le armi”, e il suo entrare dentro il racconto, dentro la storia già scritta e vissuta, trova sentieri destinati a una prova di salvezza. Non che sia facile nascere, mi pare si possa leggere in questi versi, ma di sicuro nemmeno morire è qualcosa di naturale: “Prima di nascere c’era dissipazione / completa, la guerra.” Nei dintorni di Gerusalemme sostano i figli e il nuovo della poesia che si fa largo, appena essa viene scritta. Come avviene che la divinità sia poco più che apparente, che lo sguardo interpreti ciò che a malapena riesce a vedere? A queste domande non c’è risposta, come non c’è quando si capisce che il poema è finalmente risorto, ma “…ecco trabocca una luce che lede / di lato la folla, investe l’oscura / fede inestinta”. Le onde e le ombre vanno a incidersi su quelle mura, che forse crolleranno ma che intanto ci hanno portato lì, sotto un cielo di stelle e dentro il “forte odore speziato del legno”. Gerusalemme, resurrezione del poema.

Trascorsa la Pasqua, è probabile che il nostro sguardo sia agevolato nella sua primaria funzione, così possiamo inoltrarci e stare dentro quella bolla dove è contenuta la radura della poesia: è qui che hanno dimora le tre parti del Museo degli astri, scritte durante un 2004 fervido e al riparo da equivoci. Forse davvero la luce si spezza se c’è bisogno di ricorrere a una struttura dove evocare e invocare, se non addensare, quegli astri che spesso sono nascosti da una “materia oscura”. Dylan Thomas l’aveva già immaginato, e per questo Carlo Alberto lo ricorda con il verso Light breaks where no sun shines, prima che ci accorgessimo che l’attuale mondo va “fuori dal conto”, da noi indotto a strani comportamenti, come ridurre ogni garanzia di sopravvivenza. Scrivere di questo in poesia è sempre andare oltre, trovare nel mondo ragioni di accrescimento, purché si ascolti il proprio vivere al centro di quella radura, di quella bolla. Il poeta conosce i percorsi e i nomi delle strade, nella prima parte del poema il verso si trasforma in una cadenzata prosa che si alterna alle stanze originali, come in una sorta di coro o di semplice monologo posto subito in primo piano. “Avvolgere il cielo e renderlo illimitato mediante pari altitudine…”, ecco che questa idea di poesia si tramuta in territorio teatrale, si sentono addirittura i passi sulle tavole del palcoscenico. Dentro l’estrema percezione di ciò che sta in alto, e che per forza di cose e struttura delle particelle elementari raggiunge il piano terra, il poema avanza nella descrizione di una creazione e di una disfatta, quest’ultima resa percepibile da profezie antiche, secondo cui “Niente ali per noi, solo pesi, vacillanti misure d’oro…”: le domande disseminate lungo le pagine sono strazianti, se appena ci appoggiamo a un muro graffito e riusciamo a guardarci intorno. Carlo Alberto da parte sua sa trovare nella propria lingua quei sentieri ancora percorribili nell’immensa piana di calce che sta diventando la zona bassa del mondo, su cui le macchine scintillano. In questa esperienza della realtà vengono ribaltate sulla volta del cielo le magagne e i pallori che man mano vengono scoperti quaggiù, secondo una copia che non darà scampo a nessuno: l’elenco degli astri, da Orione a Deneb, da Pegaso ad Algol, è disposta come un rosario che forse sarà capace di guidarci, “nei saloni malamente rischiarati”, dove le “intemperanze celesti” si scontreranno con quelle nostre, quelle che in nessuna epoca ci siamo fatti mancare. E avanti e avanti, fin dove la struttura evocata dei continenti, perché è indubbio che qui si procede per via di terra dato che il Museo ha profonde fondamenta, si trasforma in Africa, l’Africa che più di tutto ha subìto la frattura, per cui non si può che cantare la disfatta delle belve, quel loro disperato smagrire. Le stanze del poema si trasformano in un rendiconto preciso, le attraversa una corrente che lascerà il segno (“A ogni pasto silenzioso dei giorni / consumo lo sbocco naturale della / distanza.”), vi si costruisce un indice puntato contro le infamie, e tutto questo senza che venga mai meno l’eccezionalità irregolare del poema. Poesia concreta, poesia civile, posso invocare diverse fisionomie poetiche, ma qui davvero il significato non viene mai meno: “L’incarnazione in anime vaghe / nel folto della remota mandria / nervosa che stancamente vive / la propria ignominia non sa di / braccare la putrida subcorticale / corteccia africana incolpevole / di affinarsi”. E’ nella terza e ultima parte del poema, nel finale del libro, che fanno la loro comparsa gli alberi di Elena Vadacca, qui nero-grigi geroglifici venuti da chissà quale cunicolo sotto le sabbie del Maghreb. Per la verità si tratta dello stesso albero che si trasforma, da un bianco appena segnato da leggeri graffiti a un nero inchiostro che non mi pare sia dovuto all’evento naturale della notte ma ad una repentina inchiostratura della vita. Come se i laghi di petrolio, dopo le fiamme alzate durante la guerra, adesso spargessero il loro olioso bitume: “La pendenza sospende il buio”, scrive Carlo Alberto, e “Moti offuscati dell’aria”. E’ un procedere “di albero in albero”, tra fremiti fedeli a un codice e a una temperatura. Ormai lo sbilanciamento è avvenuto, la progressione verso la dura sopravvivenza rallenta, e il canto si fa mantra, perché così è la resistenza del poema lanciato nel buio. Qui arrivano codici celesti e terrestri che forse non salveranno l’atmosfera, “ogni diamante è estremo carbonio”, anzi ci lasceranno liberi di cadere per un’infinita scarpata. Così nelle ultime stanze si raggruppa una folla di personaggi che nemmeno sanno più dove osservare le stelle, da Sceab a Murphy, da Malone a Grabinoulor, fino a lui, al “lui” per antonomasia, Stephen Hero. A Stephen toccherà esplorare la valle, discendendo con fari fino a quel che resta della vita: “Il piede sul freno ha dissestato il fuoco / centrale dove arde l’amore del pianeta”. Carlo-Stephen ha scritto un’unica lingua dentro il Museo degli astri, mai come in questi ultimi anni ha avuto dalla sua parte il disastro e la visione del disastro coincidenti col suo lavoro di scrittore. Una fortuna, una santa avaria, un sentimento nuovo per la futura poesia?

 

Carlo Alberto Sitta, Il Museo degli astri, Edizioni del Laboratorio, Modena 2006

 

Il peso dell’assenza

di Ivan Fantini

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza.  Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
ivanfantini.blogspot.com
(foto di Valentina Bianchi)

E fu una visita imprevista, rapida. Delirio e passione. Nulla trattiene la forma, la costanza, tutto passa, non esiste felicità duratura, la gioia non è l’agitarsi di continue passioni ma sogno e realtà in cui depositare la propria esistenza aggiungendovi atti vivificanti. Rimane il peso dell’assenza, la scomparsa della presenza, la libertà di sottrazione. Poi gli occhi lucidi, le parole taglienti, la mira puntata sui sedicenti sofferenti, sugli avventurosi sciocchi, sull’autorità, sui padroni. Rimane quell’inclinazione naturale all’imprudenza, senza limiti, senza insegnamenti. Occorre modificare le opinioni, seguire le inclinazioni, procurare piacere. Non un cedimento, non una debolezza, solo l’approvazione intima e coscienziosa che determina il caldo della vita e il freddo della morte. Tutto è mutato in peggio, le disgrazie si sono sommate al prevedibile. Io aspetto quotidianamente un buongiorno.

Il nostro ritorno

                                                                                      di Ivan Fantini

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche.
Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
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(foto di Valentina Bianchi)

E’ vita questa, incide a fondo nel momento dell’accadimento. E’ forza insolente e inquieta questo cumulo di parole sparate a getto, questa spavalderia di termini temerari, arditi, che invadono ora questa terra violata da sfregi subiti in tempi andati, l’anima sanguinante. Ora pare sghignazzare per l’inciampo, sentendosi curata dalle anime vagabonde con labbra perdute e la violenza negli sguardi. I desideri hanno perso l’avarizia, l’indecisione dell’abbandono. Il nostro ritorno in pieno campo è semina a spaglio, il capo ciondolante in postura inconsueta. Abbiamo aria da banditi e il vino aiuta. Stiamo ingobbiti senza condanna, addossati al lungo tavolo nell’orgia di cibo e parole, un’infezione che ammalia il teppismo in noi insito. Viaggiano le parole, burrasca di ogni inizio, sfugge la maledizione su questi giorni cupi, una manciata di sogni da afferrare. Gli occhi puntati a terra, il naso proteso ad annusare, a osservare l’incendio rosso-azzurro come se fosse la prima volta. Contempliamo l’oro che svanisce, l’andatura elegante che vorremmo nostra. I luoghi narrati hanno subito la dipartita dei padri, lasciando tracce di becchime sparso ai posteri, dicono di finestre spalancate che si affacciano sugli aceri rossi emettendo rumori strazianti, ricordano i monti bianchi, i sassi grigi e i cimiteri invasi dall’edera, raccontano l’erba alta che tutto sommerge, i tronchi trasfigurati; senza amarezza, senza il sapore di polvere posata sulle parole. Risuona l’eco dei campanili di quei luoghi che non si dicono più. Anch’io devo dirvi che non sono più quello di un tempo, sto seduto sull’asse di legno che vedete, leggo, passeggio e immagino la compagnia di un cane, aspetto la bufera che possa segnare ulteriormente questa mia faccia che qualcuno vorrebbe non dicesse più niente.

la mia soluzione segreta

Sì, credo che siano esercizi di stile: raccontare la vita nella sua ordinarietà attraverso una metacronaca. Un lettore ieri ha praticamente intercettato quel che definisco la mia soluzione segreta. Niente di più straordinario in effetti dell’antico lamento dell’uomo di strada,  della sua narrazione perenne. Il punto non è raccontare qualcosa di nuovo, è impossibile, mi par impossibile persino restituire la trama alla letteratura, la letteratura non ha interesse alcuno per qualcosa di straordinario da raccontare. Prendiamo le nostre letture giovanili ad esempio, pensando a queste o se ci chiedessero dei libri che abbiamo amato: io risponderei attenendomi alle pulsioni dell’autore, piccoli cammei fatti di osservazioni, paesaggi fisici e intimi spirituali, non penserei esattamente all’odiosissimo plot. Quando rifletto sulla solitudine di Stefano, l’ingegnere bardato di ideologia, l’antifascista confinato del romanzo di Pavese “Prima che il gallo canti” (è sempre l’esempio che mi riesce meglio), ho in mente nitide certe immagini, certi sussulti morali, mi annoia la vicenda tout court, riassumerla intendo. Ho in mente le ombre fragili infrangersi sui colli aspri, la condizione umana del confinato, più che l’ apprendistato politico del dissidente. Mi importa meno raccontarvi di Gianino, di quel che accadde in osteria, mi interessa oltremodo Elena il suo patetico amor proprio, la sua ritrosia, il suo sconsolato piccolo mondo di paese, la sua carne caduca, trofeo di abbandoni, la sua eroica ignoranza. Non cercate la trama nelle cose che scrivo dunque, ho amato Pavese. Sono esercizi di stile, è vita ordinaria. E se volete seguitemi anche qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vtomassini/

un ipotetico destino

di Ivan Fantini 

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche.
Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
ivanfantini.blogspot.com
(foto di Valentina Bianchi)

Prendo una direzione, un’arteria sconsacrata qualsiasi. In questo giorno freddo sento la terra, i sassi, le spine, in tutto il corpo e sento il corpo tutto sottrarsi al pericolo addotto, consacrato, accettato. Sono immerso nel contenitore di alimenti gratuiti a disposizione della felice miseria. Tutto mi protegge dall’abbondante ostentazione, sono attratto dal paesaggio senza fatica. Organizzazione fruibile, spazi conseguenti, sono dimenticato e dimentico, chi mi scorge e chi io vedo sono poiane, allocchi e uccelli d’altra specie. I luoghi, unici superstiti, parlano degli eventi, offrono sensazioni. Luoghi ameni, presenze umane semplici, piegate, ingobbite, che annuiscono al mio passaggio, piccoli gesti, il senso d’appartenenza. La differenza dalla mia generazione, catapultata verso l’accecamento stupido di dominio, in preda a un delirio nel quale fonda opinioni calunniose, difende un sistema iniquo e assurdo, dove solo la frenesia trova spazio e il cieco furore impulsivo decreta una falsa moralità. Ho la consapevolezza della felicità dell’istante, potrei morire ora in ognuno di questi luoghi senza che nessuno sappia nulla per giorni, provo indifferenza davanti alla conseguenza di questo ipotetico destino.

 

La sua ragazza

Lascio le vecchine e torno a casa. Attraverso il ponte, piccole imbarcazioni solcano la cala. La luce è immensa. Lo vedo camminare curvo, a qualche metro da me, lo riconosco. Non posso dire che sia un amico, non posso dire che non lo sia. Parliamo di libri, quando ci incontriamo, lavora dietro il bancone di un bar. Mi racconta della sua ragazza anche, ma è la moglie, hanno entrambi un’età, lui la ama come un tempo, quando era la sua ragazza, anzi dice “la mia ragazza degli anni ’70”, malata, assente, afflitta da quel tarlo che i medici chiamano bipolarismo. Sono molto commossa tutte le volte, è una mestizia riconoscere il lemure della solitudine che non diventa pazzia per taluni, solo per un caso o per pigrizia, giacché ne avrebbe tutto il diritto. Sono sommersa dal dolore degli altri, non ne esco fuori e malgrado ciò perfeziono sempre di più la mia estraneità, la mancanza di empatia, l’anaffettività. Non è un ossimoro, non sento nulla, nulla. Il mondo mi attraversa con i suoi pedaggi, il suo cargo sbagliato, ma io non sento nulla. Soltanto l’amico curvo o quel che è mi scuote un secondo, poi ripiombo nel silenzio o nell’andito all’interregno non saprei.