Come Christiane.

Un monolocale nel quartiere ebraico è la sua nuova dimora; prima, in un feretro, murata, peggio che da morta, contava le ore, i minuti. Da sposata stava in una casa popolare, i mobili erano quelli regalati dalla povera madre, il salotto e la camera da letto. Poi il figlio ha venduto la casa al pusher per comprarsi l’eroina. Era vedova. Allora la madre andava a trovare il figlio, in una grotta, nella via Arsenale, l’arteria breve quasi periferica che insegue la linea del mare, il suo profilo frastagliato, e incontra l’ostinazione della roccia. Suo figlio straparlava. Troppa roba in corpo. Ascolto lo stesso racconto, lo stesso intervallo, la stessa nebulosa memoria che si inceppa lì alla fine quando deve dire che uno di loro, uno dei ragazzi è morto.  Tornano le mie ossessioni: come ha fatto a capire, quanti anni aveva, si bucava? La donna fuma, racconta ancora, è la stessa storia. Il figlio dormiva sempre, era strano, lui così vivace di solito. Aveva tredici anni. Come Christiane. Come Babette. Come Stella.

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