Catilin e gli altri (Il Fatto Quotidiano)

(…)Chiedo: Catilin, qui bevete tutti, vero? Catilin dice sì. Catilin dice che quando non beve sta in centrale, basta. Non ci andrebbe mai alle macchine dei biglietti, si vergogna maledettamente. E quando si vergogna, accade anche se non è troppo ubriaco, va al binario diciotto diciannove ché lì i treni partono per le isole, per destinazioni lontane, ché quella è gente che vedi una volta sola, allora ti puoi vergognare di meno. Catilin siede sulla panca sotto la pensilina, è ubriaco, discute con dignità, l’altro, il viaggiatore, ascolta, risponde, alla fine Catilin chiede. Scusa amico, hai qualcosa per  sigarette, grazie amico, tu non hai soldi, no problemi. Il viaggiatore fruga nella borsa. Catilin rimedia per tabacco birra scheda telefonica. Guarda, Catilin incalza di colpo, guarda che italiani fanno uguale, anzi peggio, vai Duomo e vedi italiani in ginocchio con cartone con scritta “ho fame”. La miseria globalizzata, dice Catilin, usando una bella espressione. Miseria globalizzata: non poteva dirlo meglio. Catilin dice che a vendere rose troverai un siciliano, vedi, vai Duomo, dice Catilin. In stazione la vita non finisce mai, secondo Catilin, c’è un uomo, un italiano, lo chiamano “il rosso” per via del colore dei capelli, viene da Andria, si è giocato tutto al videopoker, anche la casa da 200 mila euro, “il rosso” vuole stare sempre in stazione. Catilin dice che ha trovato un lavoro, ma quando finisce, la sera, torna in stazione. Catilin dice: cosa ti serve amico? Telefono, computer, dvd? Qui trovi tutto, amico. Vuoi sigaretta? In dieci minuti, da binario uno a binario venti, dieci minuti e hai un pacchetto di sigarette, amico, qui non si muore, questa è stazione, amico(…).

Il resto è possibile leggerlo nell’edizione de Il fatto Quotidiano – 2 giugno 2013

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