La sua ragazza

Lascio le vecchine e torno a casa. Attraverso il ponte, piccole imbarcazioni solcano la cala. La luce è immensa. Lo vedo camminare curvo, a qualche metro da me, lo riconosco. Non posso dire che sia un amico, non posso dire che non lo sia. Parliamo di libri, quando ci incontriamo, lavora dietro il bancone di un bar. Mi racconta della sua ragazza anche, ma è la moglie, hanno entrambi un’età, lui la ama come un tempo, quando era la sua ragazza, anzi dice “la mia ragazza degli anni ’70”, malata, assente, afflitta da quel tarlo che i medici chiamano bipolarismo. Sono molto commossa tutte le volte, è una mestizia riconoscere il lemure della solitudine che non diventa pazzia per taluni, solo per un caso o per pigrizia, giacché ne avrebbe tutto il diritto. Sono sommersa dal dolore degli altri, non ne esco fuori e malgrado ciò perfeziono sempre di più la mia estraneità, la mancanza di empatia, l’anaffettività. Non è un ossimoro, non sento nulla, nulla. Il mondo mi attraversa con i suoi pedaggi, il suo cargo sbagliato, ma io non sento nulla. Soltanto l’amico curvo o quel che è mi scuote un secondo, poi ripiombo nel silenzio o nell’andito all’interregno non saprei.

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