Aiuto, il talent di scrittori no! (Il Fatto quot.)

La notizia ha fatto il giro dei social network. E ho subito pensato: è la fine. Anzi è lo spartiacque, niente sarà come prima. La notizia viene rilanciata a più riprese: in autunno, Rai Tre firmerà un talent dedicato agli aspiranti scrittori, sei serate, un prime time, una giuria composta da autori noti, c’è già il titolo “Masterpiece”.

Cercano il nuovo best seller. Ho un po’ di freddo addosso. Sono pessimista, penso: certi tabù non si sdoganano, mai. Perché lo avete fatto? Per giunta il direttore di rete, Andrea Vianello, conferma alla grande in un tweet denso di attese. E’ un tabù, la letteratura è un tempio, ci credo ancora, non bisogna violarlo, no no; la letteratura non ama le corporazioni, poi diventano generi però, la letteratura non ama gli stacchetti, le tette strizzate in un push up (letto su facebook, commento scritto da una donna), va bene non succederà, però esiste un rischio, oramai c’è un precedente. E così è troppo facile, sei dentro o sei fuori. E quelli dentro? Saranno portatori di nuovi linguaggi che si aggiusteranno al format televisivo (è un format no?) e saranno presto linguaggi appiattiti dal mezzo (la televisione), inevitabilmente. Normalizzeranno il talento, lo sta già facendo il social network in generale, una sconsiderata democratizzazione in corso e da un pezzo, d’altronde è l’ambizione di ognuno, perché ognuno teme la sindrome di Salieri casomai, ma tanto poi ci sentiamo tutti Mozart.

E quelli fuori? Dovranno attenersi alla neonata pianificazione della parola scritta, che poi diventerà un gadget, assomiglierà a qualcosa e chi scrive, fuori dal format, dovrà considerare il fatto e il fatto è una stretta al cerchio. Certo, sono opportunità, ma non aggiungeranno molto salvo ai pochi, toglieranno al limite agli altri. E’ veramente difficile immaginare un dopo, al momento i diktat attengono al plot (trama), dunque a imperscrutabili leggi di mercato (non le ho mai capite), al numero di copie che hai venduto, sotto le quattromila è meglio dedicarsi all’ippica. Con i numeri rimediati da un talent sarà ancora peggio. Si ristabiliranno le regole. La letteratura non ha regole. Qualcuno deciderà: questo è buono, questo non lo è, con una visione a larga scala del genio (anche) se vogliamo. Il genio sta sempre solo, invece. I lettori si sottovalutano molto spesso, sono esigenti, con tutte le buone intenzioni un talent è una sottoeducazione in linea di massima, una visone parziale , un trompe l’oeil della realtà che viene riprodotta, il tutto infilato dentro il sistema talk. Ma non è questo il punto. Noi che stiamo fuori, cosa dobbiamo fare? Pensiamo solo al destino della musica nei talent: non è spaventoso tutto ciò?  La letteratura in pasto alle major.  E le file oceaniche di declamatori, millantatori di versi, menestrelli della prima ora, dovremmo augurarci di finire tutti così, in attesa di un provino?  Oh certo, la selezione e il resto avranno sequenze diverse, educate, rispetto ai talent che conosciamo, parliamo pur sempre di scrittori (sì vabbè). La scrittura è un destino, c’è una specie di pudore che deve restare, non so come dire. O magari no, gli autori da valutare saranno segnalati dalle case editrici, dagli agenti, non lo so. Ma per chi resta fuori sarà sempre più complicato, outsider prossimi a trasformarsi in ronzini, perché c’è l’ennesimo pedaggio da estinguere, un’opinione pubblica congetturata che non possiamo prefigurare prima, sarà la medesima a pronunciarsi, secondo quali criteri, è drammatico persino domandarsi.

Temo un destino da fast food  o da alimenti surgelati. Temo l’omologazione spinta, come ha osservato un giovane artista su facebook. Concepiranno nuovi blockbuster? A che servirà? Un vantaggio, uno solo, per chi resterà fuori dai sei? E tra quei sei, risorgerà il mostro, e avrà ragione, e da quel dì in poi  normalizzeremo, aggiusteremo i nostri impulsi, quel che una volta era il dolore del mondo, indefettibile vezzo dello scrittore, lo adegueremo al vincitore del talent con il best seller in tasca. E ci crederemo tutti. E il dolore del mondo sarà uno scketck, uno stacchetto, un’azzuffata da talk di prima serata; un battito di ciglia, sparito. La scrittura compete ad un’anima chiamata memoria, una memoria lontana, inarrivabile, da consumare da soli, al massimo in compagnia di certi lemure; quella memoria non vuole essere addomesticata. Ma può accadere qualcosa di terribile: saremo tentati, noi che stiamo fuori, fuori da sei, saremo mai capaci di rifiutare la lusinga di una vetrina che ci prometteranno giammai circense? Davvero non saprei rispondere.

 Il fatto quotidiano – edizione del 29 giugno 2013

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