Monthly Archives: July 2013

Cetty era una donna

Una sera vidi sfrecciare l’Alfa 33 di Cetty, doveva farsi, correva dal pusher, era l’ora del diavolo.  Massimo invidiava Cetty perché aveva sempre la roba e non doveva sbattersi. Era una donna, io non lo sarei diventata mai. Ero senza tette, non avevo fianchi, soltanto crudele al limite come i passerotti, già. Massimo mi guardava con tenerezza, ma era troppo sballato per trovare le parole giuste. Allungava la sua mano ossuta e bianca, zitta sussurrava. Romina urlava dalla finestra di salire, era su di giri, la madre non era in casa e lei aveva fumato, dai che ne ho ancora, urlava. Massimo restava sotto ad aspettare il solito tizio, da casa di Romina guardavo verso il cortile, poi guardavo lui. Fossi stata come Cetty, sai, lui impazziva per me, mentivo, e Romina faceva sì sì, mentiva anche lei. A letto sai Romina, sì sì diceva lei, a letto sì. Non sapevamo nulla della vita e di certe cose, non eravamo come Cetty, lei era andata a Napoli, lavorava in quei locali dove devi far bere la gente, cioè gli uomini, gli uomini adulti, ne avevo paura, aveva guadagnato un sacco di soldi e si era comprata l’Alfa e affittato casa e qualche povero cornuto a mantenerla lo trovava. Era bella, a modo suo, circense, con grandi tette, dove gli uomini affamati saziavano le loro fantasie. Cetty è morta di cancro, non di overdose.

(continua)

Advertisements

Il dolore curato dalla tv (Il fatto quot.)

La notizia ha fatto il giro dei social network. E ho subito pensato: è la fine.

La notizia viene rilanciata a più riprese: in autunno, Rai Tre firmerà un talent dedicato agli aspiranti scrittori, sei serate, un prime time, una giuria composta da autori noti, c’è già il titolo “Masterpiece”. Cercano il nuovo best seller. Ho un po’ di freddo addosso. Sono pessimista, penso: certi tabù non si sdoganano, mai. Perché lo avete fatto? Per giunta il direttore di rete, Andrea Vianello, conferma alla grande in un tweet denso di attese. E’ un tabù, la letteratura è un tempio, ci credo ancora, non bisogna violarlo, no no; la letteratura non ama le corporazioni, poi diventano generi però, la letteratura non ama gli stacchetti, le tette strizzate in un push up (letto su facebook, commento scritto da una donna), va bene non succederà, però esiste un rischio, oramai c’è un precedente. E così è troppo facile, sei dentro o sei fuori. E quelli dentro? Saranno portatori di nuovi linguaggi che si aggiusteranno al format televisivo (è un format no?) e saranno presto linguaggi appiattiti dal mezzo (la televisione), inevitabilmente. Normalizzeranno il talento, lo sta già facendo il social network in generale, una sconsiderata democratizzazione in corso e da un pezzo, d’altronde è l’ambizione di ognuno, perché ognuno teme la sindrome di Salieri casomai, ma tanto poi ci sentiamo tutti Mozart. E quelli fuori? Dovranno attenersi alla neonata pianificazione della parola scritta, che poi diventerà un gadget, assomiglierà a qualcosa e chi scrive, fuori dal format, dovrà considerare il fatto e il fatto è una stretta al cerchio. Certo, sono opportunità, ma non aggiungeranno molto salvo ai pochi, toglieranno al limite agli altri. E’ veramente difficile immaginare un dopo, al momento i diktat attengono al plot (trama), dunque a imperscrutabili leggi di mercato (non le ho mai capite), al numero di copie che hai venduto, sotto le quattromila è meglio dedicarsi all’ippica. Con i numeri rimediati da un talent sarà ancora peggio. Si ristabiliranno le regole. La letteratura non ha regole. Qualcuno deciderà: questo è buono, questo non lo è, con una visione a larga scala del genio (anche) se vogliamo. Il genio sta sempre solo, invece. I lettori si sottovalutano molto spesso, sono esigenti, con tutte le buone intenzioni un talent è una sottoeducazione in linea di massima, una visone parziale , un trompe l’oeil della realtà che viene riprodotta, il tutto infilato dentro il sistema talk. Ma non è questo il punto. Noi che stiamo fuori, cosa dobbiamo fare? Pensiamo solo al destino della musica nei talent: non è spaventoso tutto ciò?  La letteratura in pasto alle major.  E le file oceaniche di declamatori, millantatori di versi, menestrelli della prima ora, dovremmo augurarci di finire tutti così, in attesa di un provino?  Oh certo, la selezione e il resto avranno sequenze diverse, educate, rispetto ai talent che conosciamo, parliamo pur sempre di scrittori (sì vabbè). La scrittura è un destino, c’è una specie di pudore che deve restare, non so come dire. O magari no, gli autori da valutare saranno segnalati dalle case editrici, dagli agenti, non lo so. Ma per chi resta fuori sarà sempre più complicato, outsider prossimi a trasformarsi in ronzini, perché c’è l’ennesimo pedaggio da estinguere, un’opinione pubblica congetturata che non possiamo prefigurare prima, sarà la medesima a pronunciarsi, secondo quali criteri, è drammatico persino domandarsi. Temo un destino da fast food  o da alimenti surgelati. Temo l’omologazione spinta, come ha osservato un giovane artista su facebook. Concepiranno nuovi blockbuster? A che servirà? Un vantaggio, uno solo, per chi resterà fuori dai sei? E tra quei sei, risorgerà il mostro, e avrà ragione, e da quel dì in poi  normalizzeremo, aggiusteremo i nostri impulsi, quel che una volta era il dolore del mondo, indefettibile vezzo dello scrittore, lo adegueremo al vincitore del talent con il best seller in tasca. E ci crederemo tutti. E il dolore del mondo sarà uno scketck, uno stacchetto, un’azzuffata da talk di prima serata; un battito di ciglia, sparito. La scrittura compete ad un’anima chiamata memoria, una memoria lontana, inarrivabile, da consumare da soli, al massimo in compagnia di certi lemure; quella memoria non vuole essere addomesticata. Ma può accadere qualcosa di terribile: saremo tentati, noi che stiamo fuori, fuori da sei, saremo mai capaci di rifiutare la lusinga di una vetrina che ci prometteranno giammai circense? Davvero non saprei rispondere.

Il Fatto Quotidiano, 25 luglio 2013)

era sempre troppo tardi

Le strade erano bianche, splendevano abbagli inauditi sui tetti di lamiera. Ne racconterò ampiamente, abbiate la pazienza di aspettarmi. La polvere si appiccicava addosso, la gente era nera, erano più neri, diceva Romina, li vedi quelli delle case? sono più sporchi e più brutti degli altri. Mi domandavo chi fossero in fondo gli altri. E la domanda è sempre stata la medesima, ancora oggi lo è. Ogni tanto vedevamo Cetty, lei era una donna vera, gli uomini perdevano la testa, noi (Romina, i compagni delle case) l’ammiravamo seduti sul colle di lamiera, sul monte dell’impudicizia, sui fianchi della roccia degli sperduti. I nomi dell’ingiuria: quanto colore, e non mi sono mai adeguata, mai capito il dialetto, maledizione, il mio stupido accento anonimo era la ragione che mi impediva di essere a parte di un segreto, di essere dentro veramente le cose, le complicità. Arrivò il mio compleanno,  Massimo non arrivava mai invece, non ho voluto spegnere le candeline, la cera colava sulla panna, Romina aveva apparecchiato la tavola nella cucina della madre, quarto piano, case popolari di Mazzarruna. Potevi festeggiarlo con i tuoi, mi disse Romina per congedarmi, aveva bevuto e voleva solo dormire. Le luci delle fabbriche piombavano sulle acque buie verso l’orizzonte. Era tutto costipato, stretto, non c’era tempo, era sempre troppo tardi, ed io così vecchia già allora.

(continua)

che il mondo ci venisse a seppellire

Torno alle case, in periferia. Le chiamavamo case, Massimo spacciava, non era un problema. Temevo soltanto di non trovarlo più un giorno, sotto ai portici ad aspettarmi. Romina lanciava sassi verso il canalone di fogna, odio Mazzarruna, sussurrava, come masticando tra i denti qualcosa. E’ solo rabbia, Romina diceva che era di più, qui finisce che a buttarmi sotto a un treno alla prossima sono io. Poi correvamo, saltavamo sopra i fossi, erano buche dove finiva l’insolenza del mondo, erano metafore, credetemi; come bambine, urlavamo graffiandoci le gambe con i rovi di spine simili ai cactus. Era il deserto, dove la felicità fuggiva ardente e lontana uguale a certi paesaggi che immaginavamo, deluse; era l’attesa perenne a spossarci, la promessa definitiva che fosse il mondo a seppellire Mazzarruna, e tutte le miserie, e persino Massimo con le sue braccia scure, secche, l’afrore che proveniva dalle case, il caldo, l’arsura del cemento: che il mondo ci venisse a seppellire. Quando lo trovai a terra, Massimo, intontito dalla roba, mi guardava appena e mi parve sorridere di sdegno. Allora provai a sorridere anch’io. Tirati sù, dissi con un filo di voce. Idiota, dissi.

(continua)

appunti su “Esco”

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche.
Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
ivanfantini.blogspot.com
(foto di Valentina Bianchi)

di Ivan Fantini

C’è una storia che muore qui su questo tavolo, una casa di cartone che cade, una testa piegata dal tempo che non si arresta. Ci vuole forza finché si rimane vivi, occorre armarsi per ragionare, per imparare, per conoscere. Occorre riporre continuamente la pazienza per organizzare una rivolta del senso, per scovare le anime perse mentre il tutto è niente ancora e ancora. Occorre cercare sulla strada all’ora di pranzo, nell’assenza d’ombra, una ragione che sia una, tra tutta questa follia per sentirsi scusati e allontanare le colpe di un’idea, il senso di vergogna per essere stati imprudenti. Bisogna evitare il fanatismo dei complimenti in questo paese scevro di poetica, dove lo sfascio ai nostri occhi è diventato tradizione da conservare. Per dimenticare non esiste un prodotto del riscatto e per riscaldarsi non occorre seguire la convenienza di una chiesa. Se alle otto della sera si pensasse al giorno perso, si scivolerebbe con gioia verso l’altro da noi, colui che illuminato a stento si perde dietro l’ultima scheggia di luce. Allora il luccichio dello sterrato si rivelerebbe germoglio sulla pietra e l’aurora avrebbe acqua nella quale morire. Qui, si odono i pianti degli accenti spesi male e le mani che vanno al cuore cercano un antro nel quale ripararsi. Qui, tra mille paure non si trova una voce che rompa il silenzio. Qui, il pensiero difende l’effimero, una porta cadente schiaccia la testa sul selciato, i bastoni sono legati sotto le ginocchia a sfasciare i tendini, un’onda dà la scossa, “ non ci sono novità “. Spaesati dall’incredulità e dall’incertezza di una stanca ritualità non si sa che fare per salvare il rifiuto della normalità. Unire il fragile al sensibile ci costringerà a essere perennemente colpiti alle spalle da chi ci offre melma accompagnata a sorrisi sforzati, tipici di una coreografia incantata e arrendevole fatta da maghi senza genio. Qui, davanti a un campo senza silenzio oramai, ci sono i giorni ammassati in un minuto e solo gli occhi hanno momenti gentili, pur nello sconforto brillano, maledicendo il dolore che non costa nulla. La scena assomiglia a una latrina di bisogni indotti e nessuno che rinunci all’odore di sterco, come fosse il solo rosario da sgranare. Qui, questa attesa continua, sempre simile alle immagini che descrivono ripetutamente il già accaduto, si salda all’abitudine. Allora inquieti i corpi invaderanno le ore e i giorni con il loro declino, quel declino che ora è qui, su questo tavolo.

appunti (Esco)

di Ivan Fantini

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza.  Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
ivanfantini.blogspot.com
(foto di Valentina Bianchi)

Arrivo con le gambe stanche in queste vastità. Improvvisamente mi faccio leggero come se il dolore al quale non mi sono mai sottratto, raggiungesse la gioia che non ho ancora cercato. Se l’attualità disperata potesse essere cantata ne uscirebbe un solo enorme grido.  Sono l’unico spettatore di uno spettacolo allestito per chiunque e questa terra sotto i piedi, il tramonto addosso agli occhi, l’accelerazione del sangue, sublimano la costante esitazione della realtà dove poter immaginare una comunità di diseredati, di falliti, di perseguitati per il reato di coraggio nell’ ammettere che le cose piccole e senza ordine possano rivelarsi le più grandi. Ogni anima randagia ha qualcuno a lei fedele, anche quando incontra la rigidità dei gesti e degli sguardi, il tremore delle bocche, gli occhi lucidi e i corpi sempre volti dall’altra parte, in nessun posto.

tossici

Sedevo sui gradini del sagrato. Amo sempre meno la promiscuità, sono spesso molto sola, ma è una condizione cercata. Guardavo i passanti, con in testa una canzone di Brassens. A un certo punto rivedo quel tale, il tossicomane che mi ha rovinato l’adolescenza. Il cadavere , era vivo tutto sommato, aveva persino smesso di bucarsi, io e la mia maledetta smania di salvare qualcuno. Lo rivedo e trattengo la nausea, il peggiore tra gli uomini che ho incontrato, per di più con l’aggravante della noia da lui cagionata, mai amato, mai desiderato, era un verme. Le mattine al sert, e tutto il resto, sentivo parlare solo di roba e tutto il resto. Fu un incubo. Non dovrei raccontarle certe cose, avevo sedici anni, ed erano tutti tossici, aspettavano il metadone, l’assistente sociale, i referti del test sull’hiv. Gli anni peggiori. E quel cadavere con il quale persi la mia bellezza, la gioventù, i pensieri leggeri di una liceale.  Volevo salvarlo, idiota. Il senso di morte che si portava d’appresso, aveva tentato il suicidio con un grammo di eroina, è già morto uno così mi rimproverava una tizia che studiava psicologia. Non chiedetemi perché mi sono punita, non lo so, vorrei riavere il mio tempo, seppellire il tedio di quel tale e lui stesso lontano, ci sarà una fossa degna di lui. E mi tremano le mani per la rabbia, una rabbia cieca. Stia lontano da me.

(continua)