appunti su “Esco”

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche. Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini. ivanfantini.blogspot.com (foto di Valentina Bianchi)

Ivan Fantini, Rimini, classe 1971. Cuoco, pensatore severo degli ingredienti, passeggiatore, contadino votato all’autosufficienza. Ha collaborato con diversi artisti creando installazioni di ingredienti, installazioni gastronomiche, spettacoli e manipolazioni gastronomiche.
Per Editoria e Spettacolo è uscito il volume “Play with food” che contiene “qra – letteratura trasposta in ingredienti fotografati”, un progetto di Ivan Fantini.
ivanfantini.blogspot.com
(foto di Valentina Bianchi)

di Ivan Fantini

C’è una storia che muore qui su questo tavolo, una casa di cartone che cade, una testa piegata dal tempo che non si arresta. Ci vuole forza finché si rimane vivi, occorre armarsi per ragionare, per imparare, per conoscere. Occorre riporre continuamente la pazienza per organizzare una rivolta del senso, per scovare le anime perse mentre il tutto è niente ancora e ancora. Occorre cercare sulla strada all’ora di pranzo, nell’assenza d’ombra, una ragione che sia una, tra tutta questa follia per sentirsi scusati e allontanare le colpe di un’idea, il senso di vergogna per essere stati imprudenti. Bisogna evitare il fanatismo dei complimenti in questo paese scevro di poetica, dove lo sfascio ai nostri occhi è diventato tradizione da conservare. Per dimenticare non esiste un prodotto del riscatto e per riscaldarsi non occorre seguire la convenienza di una chiesa. Se alle otto della sera si pensasse al giorno perso, si scivolerebbe con gioia verso l’altro da noi, colui che illuminato a stento si perde dietro l’ultima scheggia di luce. Allora il luccichio dello sterrato si rivelerebbe germoglio sulla pietra e l’aurora avrebbe acqua nella quale morire. Qui, si odono i pianti degli accenti spesi male e le mani che vanno al cuore cercano un antro nel quale ripararsi. Qui, tra mille paure non si trova una voce che rompa il silenzio. Qui, il pensiero difende l’effimero, una porta cadente schiaccia la testa sul selciato, i bastoni sono legati sotto le ginocchia a sfasciare i tendini, un’onda dà la scossa, “ non ci sono novità “. Spaesati dall’incredulità e dall’incertezza di una stanca ritualità non si sa che fare per salvare il rifiuto della normalità. Unire il fragile al sensibile ci costringerà a essere perennemente colpiti alle spalle da chi ci offre melma accompagnata a sorrisi sforzati, tipici di una coreografia incantata e arrendevole fatta da maghi senza genio. Qui, davanti a un campo senza silenzio oramai, ci sono i giorni ammassati in un minuto e solo gli occhi hanno momenti gentili, pur nello sconforto brillano, maledicendo il dolore che non costa nulla. La scena assomiglia a una latrina di bisogni indotti e nessuno che rinunci all’odore di sterco, come fosse il solo rosario da sgranare. Qui, questa attesa continua, sempre simile alle immagini che descrivono ripetutamente il già accaduto, si salda all’abitudine. Allora inquieti i corpi invaderanno le ore e i giorni con il loro declino, quel declino che ora è qui, su questo tavolo.

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