che il mondo ci venisse a seppellire

Torno alle case, in periferia. Le chiamavamo case, Massimo spacciava, non era un problema. Temevo soltanto di non trovarlo più un giorno, sotto ai portici ad aspettarmi. Romina lanciava sassi verso il canalone di fogna, odio Mazzarruna, sussurrava, come masticando tra i denti qualcosa. E’ solo rabbia, Romina diceva che era di più, qui finisce che a buttarmi sotto a un treno alla prossima sono io. Poi correvamo, saltavamo sopra i fossi, erano buche dove finiva l’insolenza del mondo, erano metafore, credetemi; come bambine, urlavamo graffiandoci le gambe con i rovi di spine simili ai cactus. Era il deserto, dove la felicità fuggiva ardente e lontana uguale a certi paesaggi che immaginavamo, deluse; era l’attesa perenne a spossarci, la promessa definitiva che fosse il mondo a seppellire Mazzarruna, e tutte le miserie, e persino Massimo con le sue braccia scure, secche, l’afrore che proveniva dalle case, il caldo, l’arsura del cemento: che il mondo ci venisse a seppellire. Quando lo trovai a terra, Massimo, intontito dalla roba, mi guardava appena e mi parve sorridere di sdegno. Allora provai a sorridere anch’io. Tirati sù, dissi con un filo di voce. Idiota, dissi.

(continua)

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