era sempre troppo tardi

Le strade erano bianche, splendevano abbagli inauditi sui tetti di lamiera. Ne racconterò ampiamente, abbiate la pazienza di aspettarmi. La polvere si appiccicava addosso, la gente era nera, erano più neri, diceva Romina, li vedi quelli delle case? sono più sporchi e più brutti degli altri. Mi domandavo chi fossero in fondo gli altri. E la domanda è sempre stata la medesima, ancora oggi lo è. Ogni tanto vedevamo Cetty, lei era una donna vera, gli uomini perdevano la testa, noi (Romina, i compagni delle case) l’ammiravamo seduti sul colle di lamiera, sul monte dell’impudicizia, sui fianchi della roccia degli sperduti. I nomi dell’ingiuria: quanto colore, e non mi sono mai adeguata, mai capito il dialetto, maledizione, il mio stupido accento anonimo era la ragione che mi impediva di essere a parte di un segreto, di essere dentro veramente le cose, le complicità. Arrivò il mio compleanno,  Massimo non arrivava mai invece, non ho voluto spegnere le candeline, la cera colava sulla panna, Romina aveva apparecchiato la tavola nella cucina della madre, quarto piano, case popolari di Mazzarruna. Potevi festeggiarlo con i tuoi, mi disse Romina per congedarmi, aveva bevuto e voleva solo dormire. Le luci delle fabbriche piombavano sulle acque buie verso l’orizzonte. Era tutto costipato, stretto, non c’era tempo, era sempre troppo tardi, ed io così vecchia già allora.

(continua)

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