Cetty era una donna

Una sera vidi sfrecciare l’Alfa 33 di Cetty, doveva farsi, correva dal pusher, era l’ora del diavolo.  Massimo invidiava Cetty perché aveva sempre la roba e non doveva sbattersi. Era una donna, io non lo sarei diventata mai. Ero senza tette, non avevo fianchi, soltanto crudele al limite come i passerotti, già. Massimo mi guardava con tenerezza, ma era troppo sballato per trovare le parole giuste. Allungava la sua mano ossuta e bianca, zitta sussurrava. Romina urlava dalla finestra di salire, era su di giri, la madre non era in casa e lei aveva fumato, dai che ne ho ancora, urlava. Massimo restava sotto ad aspettare il solito tizio, da casa di Romina guardavo verso il cortile, poi guardavo lui. Fossi stata come Cetty, sai, lui impazziva per me, mentivo, e Romina faceva sì sì, mentiva anche lei. A letto sai Romina, sì sì diceva lei, a letto sì. Non sapevamo nulla della vita e di certe cose, non eravamo come Cetty, lei era andata a Napoli, lavorava in quei locali dove devi far bere la gente, cioè gli uomini, gli uomini adulti, ne avevo paura, aveva guadagnato un sacco di soldi e si era comprata l’Alfa e affittato casa e qualche povero cornuto a mantenerla lo trovava. Era bella, a modo suo, circense, con grandi tette, dove gli uomini affamati saziavano le loro fantasie. Cetty è morta di cancro, non di overdose.

(continua)

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