Monthly Archives: August 2013

il pederasta

La domenica pomeriggio c’era la discoteca. Romina usciva con gli altri compagni, li chiamo compagni, non erano amici, non erano conoscenti, erano compagni di qualcosa. Ci vedevamo in discoteca, squallida come la Haus der Mitte nella Lipschitzallee di Gropiusstadt, sotto le ombre dei rudimentali privé, pionieristici luoghi segreti dedicati al nulla in definitiva, oppure sedevamo sui divanetti, trattenendo la rabbia o la gran tristezza o la solita noia, che ogni male mi ha cagionato, ogni avversità, ogni intuizione. La noia non salva, ma non dobbiamo sempre aspettarci qualcosa dalla forma che prendono le cose, da quel che ci mostra la vita? Eppure sì, non siamo buttati a caso nella trama delle cose, abbiate pazienza. Romina sceglieva i compagni che bevevano come lei, era davvero deprimente immaginarla spartirsi a giro la bottiglia grezza, il vino tagliato. Romina si era innamorata, non di quel buzzurro malfatto che ce l’aveva col mondo, di un bel tipo, magro, quasi distinto, ma si faceva, come gli altri, e stava con un pederasta, un tizio, un vecchio, che lo pagava bene e lo amava, da morir dal ridere. Un maiale pederasta che parlava d’amore. Romina lo sapeva, e aspettava il suo turno, sapeva aspettare, era paziente, strafatta, paziente, ubriaca. Certe volte litigavano, Romina faceva a botte con quelli delle case, figuriamoci con un vecchio pervertito, roba da non crederci. Ero indignata, cacchio Romina fai la donna, lei sputava per terra. Aveva ragione, faceva un po’ tutto ribrezzo, cattivo odore, tutto sbiadiva, gli uomini scoloravano nelle loro impudicizie, nelle loro innominabili defezioni. Faceva un po’ tutto schifo, sì.

(L’articolo originale è qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/13/droga-e-discoteche-noi-eravamo-li-sui-divanetti-del-prive-ma-io-volevo-fare-la-scrittrice/710456/#.UjLUxBcOkiY.facebook)

(continua)

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il prodigio di Morghella (Il Fatto quotidiano)

“IL FERRAGOSTO DELLA BELLA ITALIA CHE AIUTA I MIGRANTI”

(…)LA SPIAGGIA zittisce di colpo, la vita si ferma, anche sopra la baia; la vita si ferma, in paese, qualcuno avvista il golem, è giorno, è ferragosto, il golem è un’apparizione, da far tremare i polsi. Di colpo nessuno pensa al coraggio, a tutti però tocca di essere diversi; gli uomini sono neri, sono sagome che si agitano sul barcone, ma è ferragosto, non è notte, non è il canale dove muoiono come tonni, è una spiaggia, è un giorno qualunque anche. C’è ancora uno strano silenzio, da far tremare i polsi; le creature sputate dal golem parlano la lingua di Babilonia, ognuno dei presenti avrà la certezza che l’evento è enorme e che nasconde un significato terrificante, che induce ad una pietà scandalosa come l’amore, una pietà biblica. Le donne si dispongono in fila, entrano in acqua, usano lo stesso passo, sono decise però, sorridono, cominciano a tendere le mani alle altre che tremano sul barcone, nessuno pensa al coraggio, benché la vita lo stia pretendendo in quel preciso momento, alle 11 del mattino di un giorno d’agosto, una pretesa corale, distesa come un immenso hijab sul capo di quegli uomini normali (…)

(…)Morghella è un luogo inaudito, sconfessa l’umanità che ci hanno raccontato in questi anni, chi sono costoro? Chi era quell’umanità? Un vecchio in canottiera, un vecchio nero profugo clandestino, tentenna accompagnato da due ragazzoni, uno con gli occhiali, l’aria da bravo studente, il vecchio è al sicuro, ha le lacrime agli occhi, o le abbiamo noi che li guardiamo da qui. Oggi il presidente Napolitano esulta. “Questa è l’Italia migliore”. Così è stato: gli uomini aspettavano a prua, nel golem fissato alla cima, ammutoliti, mentre si compiva ogni cosa; gli altri smettevano di essere gli altri, da qualunque parte si osservassero, ognuno era un po’ più libero.

p.s. La versione integrale dell’articolo potete leggerlo nell’edizione de Il Fatto Quotidiano di sabato 17/08/2013.

Janusz

Janusz era un militare. Il sabato e la domenica incontra la sua donna, Tania, la bellissima Tania, giovane, ucraina, così Janusz dorme con lei, due notti d’albergo. Janusz  vive in stazione. Non assomiglio a nessuno, dice, ha una voce cavernosa, mi piacciono gli uomini così, non sono Gural, come Gural, l’altro polacco che sembra l’uomo della montagna, del monte Gora, Gural, Gora, c’è da perdersi. Ma è il monte degli alchimisti, degli spiriti eletti. Ieri sedevate al Duomo, guardavate gli altri, oh come vorrei anch’io, non farei altro, per capire la vita, considerata la mia inefficienza. Janusz ti ha portato un paio di riviste polacche, un giornalista della gazeta analizzava il fenomeno dell’ex premier, leggevi il pezzo, tu sai che pezzo è gergale, tu mi conosci, la mia redaktora dici oppure qualcuno ti ha suggerito “la mia Elsa Morante”; il pezzo era una condanna tout court. Non devo usare francesismi, scusa la banalità, hai ragione. Janusz è tornato dalla Puglia, una prova inutile la raccolta di Foggia, finita a sprangate col caporale. Janusz non ama i padroni, Janusz ha la tempra e il rigore del militare. Che donna Tania, dici, quanto è bella, e Janusz ha il doppio della sua età, dico. Ma ci sa fare.

(continua)