il pederasta

La domenica pomeriggio c’era la discoteca. Romina usciva con gli altri compagni, li chiamo compagni, non erano amici, non erano conoscenti, erano compagni di qualcosa. Ci vedevamo in discoteca, squallida come la Haus der Mitte nella Lipschitzallee di Gropiusstadt, sotto le ombre dei rudimentali privé, pionieristici luoghi segreti dedicati al nulla in definitiva, oppure sedevamo sui divanetti, trattenendo la rabbia o la gran tristezza o la solita noia, che ogni male mi ha cagionato, ogni avversità, ogni intuizione. La noia non salva, ma non dobbiamo sempre aspettarci qualcosa dalla forma che prendono le cose, da quel che ci mostra la vita? Eppure sì, non siamo buttati a caso nella trama delle cose, abbiate pazienza. Romina sceglieva i compagni che bevevano come lei, era davvero deprimente immaginarla spartirsi a giro la bottiglia grezza, il vino tagliato. Romina si era innamorata, non di quel buzzurro malfatto che ce l’aveva col mondo, di un bel tipo, magro, quasi distinto, ma si faceva, come gli altri, e stava con un pederasta, un tizio, un vecchio, che lo pagava bene e lo amava, da morir dal ridere. Un maiale pederasta che parlava d’amore. Romina lo sapeva, e aspettava il suo turno, sapeva aspettare, era paziente, strafatta, paziente, ubriaca. Certe volte litigavano, Romina faceva a botte con quelli delle case, figuriamoci con un vecchio pervertito, roba da non crederci. Ero indignata, cacchio Romina fai la donna, lei sputava per terra. Aveva ragione, faceva un po’ tutto ribrezzo, cattivo odore, tutto sbiadiva, gli uomini scoloravano nelle loro impudicizie, nelle loro innominabili defezioni. Faceva un po’ tutto schifo, sì.

(L’articolo originale è qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/13/droga-e-discoteche-noi-eravamo-li-sui-divanetti-del-prive-ma-io-volevo-fare-la-scrittrice/710456/#.UjLUxBcOkiY.facebook)

(continua)

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