Monthly Archives: September 2013

“la scrittura pretende solitudine”

“Occhi grandi e neri, capelli mordorè. Il viso – niveo e intenso – anticipa la sua visione del mondo. La stessa che s’annida nei gesti e negli sguardi dei suoi personaggi, tutti periferici, tutti – chi più chi meno – sopravvissuti a un dolore, a una sfortuna, a un destino ineluttabile o semplicemente ai loro giorni pieni di imprevisti e di piccoli grandi mali. «Non cercate la trama nelle cose che scrivo dunque, ho amato Pavese. Sono esercizi di stile, è vita ordinaria» ha scritto sul blog che cura per la sezione culturale de Il Fatto quotidiano”.

*Questa bella intervista è di Marina Bisogno, una delle cose più belle che mi sia stata dedicata. Leggetela qui, nel blog collettivo: http://www.cevitasumarte.it

Il blog personale di Marina è questo: http://www.marinabisognoblogger.eu/

Advertisements

dissi: è lui?

Sono tornata dalla Messa. Inizia l’inverno, non è vero, è ancora caldo, è settembre e fa buio presto. E ogni volta questa penombra incontra il mio rimpianto, siamo alle solite mi dico. Oggi ho fatto la sciocchezza di abbandonarmi al passato, gli uomini non devono guardare indietro, non siamo come le mosche, loro possono, i loro occhi hanno orbite assurde. I nostri no. Ecco cosa pensavo in macchina, guidando. Di botto torna la vita di prima e mi invade la solitudine o un dolore silenzioso, sono tentata di tornare a casa, alla mia, quella di un tempo. Non lo faccio, non sono così temeraria. Ci sono profumi che vorrei tradurre, comprarmi le sigarette e fumare di nuovo, vestirmi come un tempo. Avere mio figlio bambino ancora, stendere la roba dal primo piano, essere pressappoco felice. Ieri pensavo invece che la dinamica dei fatti implicava il sacrificio. Un amico di Rimini ha riprodotto  il senso del martirio, dentro un’installazione molto originale davvero, era una Croce, ispirata al mio romanzo Sangue di cane. Ho detto: è lui, il personaggio principale, è Slawek? Ha risposto: no, sei tu.

(continua)

Le mille vite di Yarko (Il Fatto Quotidiano)

<Dalla grande porta finestra del sanatorio lombardo, guardando le cime del monte e le strade che conducevano al paese, pensava che quella sarebbe stata l’ultima volta, l’ultima provocazione, che era finito, spacciato, morto.

E pensava al suo funerale senza fiori, senza lapidi, senza il rammarico degli amici della Polonia che non avrebbero bevuto vodka sulla sua tomba cantando i versi di Tomasz Padura, senza la pietà di una madre, e la vita di un tempo lontanissima, spavalda, aveva smarrito il decoro, la sostanza, un certo orgoglio nazionalista; quella volta, guardando dalla finestra del sanatorio, la vita di prima scolorava nei nuovi abissi del male, non era la via per la salvezza, la constatazione o il destino, ma la sua dannazione, e ad entrambi (destino o dannazione) forse avrebbe mentito ancora; mentre lui, polacco prestante era diventato fragile come un bambino, malato di tubercolosi; la vita di prima si allontanava, compresa l’abiezione, i giorni in Italia, la strada, i dormitori, le mense, le risse, la donna che aveva amato, il figlio, e di nuovo la strada, l’alcol, la miseria.

Ma Yarko Novak ha mille vite. Classe 1971, nato a Kielce, voivodato della Santacroce, duecento chilometri da Varsavia più o meno. Ha visto tutto, ha visto suo padre piangere con Solidarnosc, il funzionario Rakowski del Kc Pzpr fissare attonito la folla nella ulica Piwna, imprecando contro le lusinghe della rivoluzione, la sua generazione di fiori di plastica, propensa all’Occidente, accecata dai dollari, dai Pevec (i grandi magazzini dove si pagava in valuta europea); le milizie, la marcia verso il parlamento, i tank sulle piazze, la gente accorrere in strada, agitando con gioia incontrollata i fazzoletti chiari e inamidati. Ha visto tutto. E’ scappato mille volte, fino a dimenticare persino da cosa, la ragione del suo status di senzapatria. Giovanissimo barbone di Milano, in fila in mensa o al riparo in stazione, ovunque ci fossero mausolei destinati ai senzapatria. Poi il male, simile ai granuli di miglio, scavava i suoi polmoni, la corsa in ospedale, con un compagno, polacco cambiavalute, il cavallo cosiddetto, un tempo, doganiere, impettito, severo. Comunista, un tempo, prima di finire nei sottopassaggi della stazione di Milano.>.

( il resto potete leggerlo nell’ edizione de Il Fatto Quotidiano, domenica 8 settembre 2013)

il Requiem di Adam

Ogni sera, cenavamo con Adam, il connazionale Adam. Loro mangiavano crema di barbabietole, wasabi, cetriolini, trippa in barattolo. Era un po’ sentirsi in Polonia, per Adam, vorrei dire soprattutto, ma mancava anche a lui che mi sedeva a lato e parlava in quella lingua che amavo, con i suoi stretti intercalare. Non capivo molto, ma sorridevo con dolcezza al viso provato di Adam, cinquant’anni, gran lavoratore, grande bevitore. Adam è morto, e ancora adesso – lo avrò già detto, scritto? – ancora adesso pronunciare il suo nome mi procura le lacrime e una nostalgia inenarrabile, la loro medesima, di Adam e dell’uomo che mi sedeva accanto, sorridente, la voce rauca, che urlava con gioia “Adam, kurwa”, comunista Adam. C’è una canzone che mi faceva pensare a lui anche quando era vivo, eppure inspiegabilmente lo consideravo già il suo Requiem, il suo eterno riposo. Oggi l’ascoltavo in macchina, mentre tornavo a casa: