il Requiem di Adam

Ogni sera, cenavamo con Adam, il connazionale Adam. Loro mangiavano crema di barbabietole, wasabi, cetriolini, trippa in barattolo. Era un po’ sentirsi in Polonia, per Adam, vorrei dire soprattutto, ma mancava anche a lui che mi sedeva a lato e parlava in quella lingua che amavo, con i suoi stretti intercalare. Non capivo molto, ma sorridevo con dolcezza al viso provato di Adam, cinquant’anni, gran lavoratore, grande bevitore. Adam è morto, e ancora adesso – lo avrò già detto, scritto? – ancora adesso pronunciare il suo nome mi procura le lacrime e una nostalgia inenarrabile, la loro medesima, di Adam e dell’uomo che mi sedeva accanto, sorridente, la voce rauca, che urlava con gioia “Adam, kurwa”, comunista Adam. C’è una canzone che mi faceva pensare a lui anche quando era vivo, eppure inspiegabilmente lo consideravo già il suo Requiem, il suo eterno riposo. Oggi l’ascoltavo in macchina, mentre tornavo a casa:

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