la signora L.

La signora L. siede al tavolo, beve il suo caffè. Le faccio un sacco di domande, a volte stringe gli occhi perché non capisce, dove vuoi arrivare sembra che mi dica. Com’è successo del figlio che le ha levato casa da sotto per venderla al tipo con la roba, chiedo. Erano case popolari, la signora L. aveva il suo salotto buono, sempre lucido, i ricordi del marito, morto a Maranello. Il figlio viveva con lei, si faceva da quando era ragazzino, è morto. Faccio domande strane, dice la signora L. seduta al tavolo. Che significa: sintomi? Vorrei spiegarmi. Sintomi della roba. Lascio perdere. Al bar siede accanto a noi una coppia di tedeschi ben vestita, lui ce l’ho di fronte, fuma e beve del vino bianco. La signora L. nel frattempo cerca nella borsa, mi mostra le foto del marito e dei figli. E’ autunno, un po’ piove, un po’ vedo qualcuno in giro, piccole famiglie. Siamo vedove entrambe. Sono la vedova di Isaia. La tristezza mi coglie a tratti, ma regolarmente. La signora L. dice che non avrebbe mai cercato ancora, non so, un amore, dopo il marito, così bello, così perfetto. Certi giorni sono meschini. Accompagno la signora L. verso casa, incontro la chiesa, il suo immenso rosone con al centro la decorazione di un Santo, splendida nella luce e nei colori. E’ sempre quasi sera in certi giorni d’autunno così meschini.

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