ancora Adam e quelle sere

Adam cenava con noi. Così non beveva, salvo la domenica o il giovedì, quando rivedeva alcuni amici, polacchi suoi connazionali. Sono passati millenni, era un’altra vita. Deprecavi quel genere di abiezione, come se non l’avessi praticata anche tu. Bevono come bestie, dicevi. Ma quasi con rimpianto, una promessa in sospeso, un cattivo presagio a cui avevi giurato fedeltà. Non ci badavo, mettevo su la musica di una radio, finendo di lavare i piatti o sistemare la tavola. Avevo tutto il tempo ancora, ne ero convinta, senza sapere che nello spazio di un mattino avrei cercato la tua figura stesa al fianco e non l’avrei trovata mai più. Questo racconterò, ne ho scritto, gli eventi mi hanno tradito, anche dopo, abbiamo perso tutto di nuovo, per guadagnare altro forse, per accettare il dolore ancora una volta, considerandolo l’otre di tutte le verità, riscoprendovi persino una strana dolcezza, la porta verso un abisso di cui non temo le profondità. Adam morì di tubercolosi. E molte cose finirono, il nostro piccolo mondo, i discorsi, le risate con il professore in casa della creaturina, non ci sono più nemmeno loro. Nostro è il tradimento che fu di Cristo, il nostro  piccolo calvario, la nostra piccola Croce, la nostra Resurrezione.

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