gastarbeiter

Quando torno al tempio, evito le vecchie, ormai. Loro mi osservano sedute più in là. Faccio finta di non vederle. La signora V. è un’immigrata di Germania, proprio come noi terroni dicevamo una volta, è una gastarbeiter, cortesemente accolta, nella ruota efficiente del sistema produttivo teutonico. Evito la signora V. perché è piena di amarezza, il suo pragmatismo è diventato cinismo da un pezzo, il suo sguardo nell’insieme è una smorfia di disgusto, soltanto perché non è stata amata e glielo dico, l’ho fatto: lei non conosce l’amore. La signora V. mi ha riso in faccia. La storia è sempre la stessa, gli uomini sono tutti uguali, ma il suo è stato un matrimonio combinato da famiglie di un entroterra primitivo, esistono certi accordi tribali, sono crimini. La signora V. non prova tenerezza, mai.  E’ andata a Colonia attraversando le montagne, a piedi o in ducati rumorosi e puzzolenti. Suo marito sembra un marrano, pover’uomo, e invece è stato un uomo terribile, beveva e giocava d’azzardo e imprecava sulla moglie che faceva la serva per i tedeschi, pulendo cessi e strofinando pavimenti. Lui è piegato che sembra un uncino, lavorava in fabbrica e quando usciva si infilava in un caffè fino a tarda notte, bevendo fino a morire. Ma non moriva. Perché vi racconto questo? Perché la signora V. mi incontra per consegnarmi i suoi impazienti anatemi, per raccomandarmi di aspettare il mio destino di sconfitta, soltanto perché sono una donna, una moglie lasciata sola sul talamo della vergogna. Non è la stessa cosa, ma la signora V. non capisce, nemmeno quando accorata le spiego che sono la vedova bianca di Isaia. Le sue labbra sono una piega crudele allora, per questo lascio perdere.

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