Masterpiece, tutta la tristezza in un flop (Il Fatto)

Masterpiece: quota meno 130 mila spettatori all’incirca. Ci sarà un motivo, no? L’immagine di Walter Siti e l’avvocato pariolino (lo chiama così la voce fuori campo) in ascensore, 59 terrificanti secondi, sarà un cammeo da conservare. E deve riguardare soprattutto gli aspiranti scrittori, o gli scrittori un po’ sfigati il che è uguale, alle prese col proprio delirio, il delirio si chiama romanzo di solito. Ecco come diventiamo, ecco cosa capita al nostro interlocutore (editor, impenetrabile autore del prestampato ove cortesemente ci mandano in quel paese lì, nel senso del “mi spiace ma”, consulente dell’editor e così via), ecco quale ridicola congiunzione confabula dietro ai no rimediati. Il silenzio paziente di Walter Siti sarà un must o un monito, smettiamola di torturare la gente, capiamolo prima, al quinto sesto rigo, basta, chiudiamola lì.

Walter Siti in ascensore ascoltava il finalista Alessandro Ligi, 49 anni, single di Roma di quella Roma bene – spiega la voce fuori campo – che fa le vacanze al Circeo. Un post yuppie che ispira al massimo il modello unico del Cud (non mi quereli, signor avvocato, la prego). Alessandro Ligi riassume in 59 secondi il suo romanzo, “la storia di Luca della Roma bene (rieccola, nda) che si innamora della moglie dell’amico” ( storia da pianerottolo, no no, va bene). E’ una delle ultime prove, c’è lui e il serbo Nikola Savic (36 anni nato a Belgrado), Savic però è il primo a partire, dice poco, autocontrollo balcanico, bravo. In ascensore, con Siti. Chi vince? Il pariolino si sentiva in una botte di ferro, lo ammette in confessionale: ero sicuro di vincere. Eh?

Ma vince Savic, nella sua seconda lingua, col suo romanzo di formazione, di iniziazione al sesso alla violenza alla vita, giovane di Belgrado che torna in patria, dopo la guerra, profugo di guerra, ma di quel profugo e di quel che attiene alla scrittura dell’esilio, dell’assenza, al senso che ne dovremmo guadagnare – dallo spaesamento a una nuova lingua meticcia, non soltanto da mittleuropa – non ne caviamo nulla. Peccato. Savic sembra un ragazzone di certi quartiere popolari, adepto rapper di una crew, uno abbastanza fuori con un timido genio, non riesco a spingermi oltre. Con il pariolino mi ero quasi convinta che la nuova password d’accesso per l’editoria non fosse una trave dentro la cruna d’un ago, ma una normalizzazione estesa. Una specie di medio man dal quale prendere un po’ tutti esempio. Vince Savic, tranquilli.

 

L’articolo originale nell’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano di martedì 26 novembre 2013

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