Monthly Archives: December 2013

Stefano Piedimonte: brava la Ciabatti, Formaggi e De Giovanni.

di Stefano Piedimonte

Fra i libri che ho avuto il piacere di leggere nell’ultimo anno, cerco di rammentarne qualcuno che mi abbia lasciato un ricordo particolarmente buono. Il primo che mi viene in mente è il romanzo d’esordio di Francesco Formaggi, “Il casale”, pubblicato da Neri Pozza. Francesco ha il dono particolare di saper mostrare l’orrore, il grottesco che si agita negli esseri umani scoperchiando piccole botole sulla loro coscienza, oppure consentendoci di spiare dal buco della serratura. Non rivela mai l’abominio in tutta la sua mostruosità, ma lo fa intuire, lo disegna in controluce, ed è questo il suo modo di tenere il lettore incollato alla pagina. “Il casale”, dunque, è un libro che consiglio a tutti.

Stefano Piedimonte ritratto da Gigliola Chistè

Stefano Piedimonte ritratto da Gigliola Chistè

Maurizio de Giovanni è uno scrittore dal talento straordinario. Il suo “I bastardi di Pizzofalcone” è un esempio di perfetta fusione fra l’abilità nello scrivere, nell’usare il linguaggio con una cifra personalissima, e quella di creare storie complesse ma dall’architettura cristallina, limpida. Non è facile incontrare scrittori del genere. Consigliare i libri di Maurizio può apparire perfino naif, visto che è uno degli autori più letti d’Italia, però, ecco: se per assurdo non lo conoscete ancora, sbrigatevi. Fra gli italiani, ancora, un libro che mi ha colpito molto è “Il mio paradiso è deserto” di Teresa Ciabatti. Ho trovato la storia della protagonista, una ragazza figlia di un grosso imprenditore, spirito inquieto che si dimena sgraziatamente tra i fasti dell’agiatezza economica, di un autismo straziante. Questo romanzo esprime in modo magistrale la chiusura e la rabbia ferina di un’ adolescente, raccontando al contempo i vizi e le perversioni di una classe imprenditoriale che sa gestire benissimo i capitali ma malissimo la propria testa. Romanzi stranieri: mi dispiace replicare. So che già ne ha parlato Gian Paolo Serino su questo stesso blog, ma quando hai la fortuna di incontrare testi così belli, allora è anche normale essere d’accordo – probabile, fra l’altro, che l’abbia letti perché consigliati dallo stesso Serino – e quindi: 1)Canada”, di Richard Ford, che racconta in maniera splendida la storia travagliata di due ragazzini i cui genitori decidono di rapinare una banca. 2)Stoner”, di John Williams, un autore magnifico i cui romanzi sono arrivati da noi, purtroppo, soltanto recentemente, grazie alla casa editrice Fazi la cui passione immagino sia stata ampiamente ripagata, visto l’enorme consenso e le ottime vendite ottenute da questo testo. “Stoner” è una storia dalla trama assolutamente ordinaria, mai strillata, mai eclatante, che vive dei piccoli e graduali sviluppi della vita del protagonista, raccontati con una delicatezza e un’eleganza rarissime. “La deriva dei continenti”, di Russel Banks, è un capolavoro. Credo di andare sul sicuro, consigliando di leggerlo, perché, voglio dire… se a qualcuno non piace, davvero non posso farci niente.Ora il momento delle risate. Prendetemi pure per il culo, ma ho aspettato il 2013 per leggere “Il grande Gatsby”. Me ne vergogno un po’, ma ho deciso che la sincerità è un valore importante. Quindi, dicevo, ho aspettato di avere 33 anni per leggere “Il grande Gatsby”. Mi raccomando, non fatelo a casa.


piedimonte

Stefano Piedimonte è nato nel 1980 a Napoli e si è laureato all’università “L’Orientale”. Ha lavorato per quotidiani, settimanali e trasmissioni tv occupandosi principalmente di cronaca nera. I suoi articoli e racconti sono pubblicati su Il Fatto Quotidiano, Corriere delle Sera, Satisfiction, Corriere del Ticino, l’Unità e altri. Con Roberto Saviano ha portato in scena lo spettacolo “Comicamorra” a Pordenonelegge 2013. Per l’editore Guanda ha pubblicato “Nel nome dello Zio” (2012) e “Voglio solo ammazzarti” (2013).

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Le biografie, Williams, la Nemirovsky, tutti i libri di Grazia

di Grazia Verasani
Mi piace molto la collana di Castelvecchi dedicata alle biografie, e ho amato in particolare quella di Irving Stone su Jack London, scrittore da me amatissimo e di cui non mi stanco mai di rileggere “Martin Eden”. Ma ho anche apprezzato “La vita di Cechov” di Irène Némirovsky e “Ritratto di una poetessa” di Stefan Zweig su Marceline Desbordes-Valmore, che ahimè non conoscevo. Sempre in tema di biografie, mi è piaciuta “Oriana Fallaci, una donna” di Cristina De Stefano, mi ha fatto scoprire molte cose che non sapevo su questa grande, aspra e combattiva giornalista e scrittrice.

Grazia Verasani

Grazia Verasani (Bologna, 1964) ha esordito ventenne con alcuni racconti apparsi sul Manifesto nella rubrica “Narratori delle riserve” a cura di Gianni Celati. Il suo sito è http://www.graziaverasani.it

Tra i romanzi letti e regalati agli amici non può mancare “Stoner” di John Williams, che racconta con intensità mirabile la quotidianità di un “uomo senza qualità” nell’arco di un’intera esistenza; e “La casa tonda” di Louise Erdrich, romanzo emotivo in tinta noir, molto affascinante e ben scritto. Poi “Notturno” di Helene Humphreys, scrittrice e poetessa da me molto amata e di cui consiglio anche il suo capolavoro ”Cani selvaggi”: una scrittura asciutta, essenziale e al contempo lirica. In “Notturno” racconta la morte del fratello pianista, ed essendo anch’io pianista, lo consiglio soprattutto a chi ama la musica. Certo, è un romanzo sulla morte, spietato e commovente, ma anche decisamente profondo e catartico. Ho anche adorato “Felici i felici” di Jasmine Reza, scrittrice e drammaturga già prestata al cinema con Polanski.

Ultimamente, grazie alla ristampa negli Oscar Mondadori, ho scoperto un giallista di razza, Renato Olivieri. I suoi gialli sono ambientati a Milano e mentre li leggevo mi sembrava di essere lì: ho amato e conosciuto meglio Milano grazie a lui. Consiglio in particolare “Il Caso Kodra” e “Largo Richini”.
Delusioni? Senza dubbio gli ultimi romanzi di Hanif Kureishi. Di italiani, quest’anno, a parte Walter Siti e il suo amarissimo “Resistere non serve niente” sono a corto di titoli. Troppi best seller ammiccanti, sentimentalisti, di cui non riesco a farmi piacere né lo stile né il contenuto. C’è poco sforzo editoriale nello scoprire autori originali, il mercato soffoca di titoli e di confusione, ma a parte “Elisabeth” di Paolo Sortino o “Back stage” di Gilberto Severini, niente mi ha colpito particolarmente.
Non amo nemmeno quei romanzi a metà tra la biografia e il sociale, che interpretano la realtà italiana con uno sguardo da caninità sciolta, tra la riflessione postideologica e un certo cinismo “romantico” e autoreferenziale.                                                                                 Mi piacerebbe un ritorno alla fantasia…  
   
 

_MG_0846BNGrazia Verasani  ha pubblicato finora dieci libri, tra cui Quo vadis baby? che è diventato un film di Gabriele Salvatores nel 2005, e a cui è seguita una serie televisiva in sei puntate per la regia di Guido Chiesa. Gli altri romanzi con l’investigatrice privata Giorgia Cantini sono Velocemente da nessuna parte e Di tutti e di nessuno (entrambi Tascabili Feltrinelli). Per Feltrinelli è uscito nel 2008 Tutto il freddo che ho preso. La sua opera From Medea-Maternity Blues (Sironi Editore), più volte rappresentata in Italia e all’estero, è diventata un film nel 2012 per la regia di Fabrizio Cattani, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e vincitore di premi importanti tra cui  quello intitolato a Tonino Guerra per la migliore sceneggiatura al BIF 2012, e due Golden Globe della stampa estera. I suoi romanzi sono tradotti in vari paesi.  All’attività di scrittrice e sceneggiatrice affianca quella di musicista. Ha studiato pianoforte classico e collaborato con diversi artisti. Nel ’95 ha vinto il Premio Città di Recanati per la canzone d’autore, cui è seguito un cd prodotto dalla BMG e il più recente Sotto un cielo blu diluvio (NdA). Per il teatro ha inoltre scritto il monologo Vuoto D’aria (Transeuropa editore) e Vincerò sulla vita e la carriera di Luciano Pavarotti, recitato da Giuseppe Battiston, Giancarlo Giannini e Michele Placido. Il suo ultimo romanzo è Cosa sai della notte (Feltrinelli, settembre 2012). Nel 2013, per Gallucci, è uscita la raccolta Accordi Minori

I libri che ho amato nel 2013? Un’annata sciagurata

Dopo Eduardo Di Blasi, giornalista de Il Fatto Quotidiano, torna nel blog Gian Paolo Serino, direttore editoriale di Satisfiction, critico letterario, curatore della rubrica dedicata ai libri su R101, ogni giovedì. Serino svela la sua speciale classifica di libri letti quest’anno, i più amati, quelli che lo hanno deluso. Diretto come sempre. Ecco cosa dice:

Gian Paolo Serino ritratto dall'artista Fabrizio Musa. classe 1972. Ha collaborato per anni con Pulp Libri, L’Indice dei Libri, La Repubblica, Il Giornale, D di Repubblica, Il Venerdì di Repubblica, Diario della Settimana, Mucchio Selvaggio, Rolling Stone, Gq e Vogue . E’ stato editorialista di Avvenire e critico su Libero. Ha fondato Satisfiction, la prima free press letteraria in Italia (www. satisfiction.me). Ha parlato di libri su Radio Capital e attualmente parla di libri tutti i martedì, dalle 14 in poi, su Radio 101 network.

Gian Paolo Serino ritratto dall’artista Fabrizio Musa. Classe 1972. Ha collaborato per anni con Pulp Libri, L’Indice dei Libri, La Repubblica, Il Giornale, D di Repubblica, Il Venerdì di Repubblica, Diario della Settimana, Mucchio Selvaggio, Rolling Stone, Gq e Vogue. E’ stato editorialista di Avvenire e critico su Libero. Ha fondato Satisfiction, la prima free press letteraria in Italia (www. satisfiction.me). Ha parlato di libri su Radio Capital e attualmente parla di libri tutti i giovedì, su Radio 101 network.

<Un’annata editoriale non del tutto sciagurata questa del 2013, ma quasi. A parte, finalmente, la scoperta da parte di moltissimi lettori di “Stoner”, capolavoro di John Williams ( edito in Italia da Fazi) proprio in questo 2013, la palma del miglior romanzo straniero spetta di diritto a “Canada” di Richard Ford ( Feltrinelli): il ritorno, dopo anni, di uno dei migliori scrittori americani contemporanei. Un romanzo che non deluderà i suoi già molti lettori, ma un libro ideale per chi deve ancora scoprire questo autore. Un romanzo che indaga ancora una volta la poesia del quotidiano. 

Tra gli italiani senz’altro “Un giorno, altrove” di Federico Roncoroni (Mondadori): un romanzo lacerante che, pur affrontando il tema della morte, ci avvicina come pochi alla vita. Un romanzo raro, vivo, pulsante, che in un paese civile meriterebbe il Premio strega.
Tra i gialli italiani, genere che frequento poco, mi ha molto colpito “L’uomo dei temporali” di Angelo Marenzana ( Rizzoli): un libro dai meccanismi narrativi perfetti, una scrittura sorprendente e la capacità di affiancare alle qualità dei migliori giallisti ( mi riferisco alla prosa elegante di Renato Olivieri, non certo a quella sciatta di Scerbanenco) la promessa di un autore di cui sentiremo sicuramente parlare>.

p.s. siete d’accordo?

il libro della mia vita secondo Di Blasi

Ci sono libri che cambiano la vita, ci sono i libri che abbiamo amato e basta o odiato anche. Vale per tutti, per chi scrive forse in una maniera diversa, è possibile. Ho chiesto dei suoi libri a Eduardo Di Blasi, giornalista, vice-caposervizio de Il Fatto Quotidiano.

<Allora quest’anno sicuramente il cupissimo “La strada” di Cormac McCarthy e uno di Aldo Giannuli su come i servizi segreti usano i media (utile, anche se scritto in un italiano privo di revisore di bozze). Ce n’è uno poi (adesso non ricordo l’autore, mi pare che l’edizione fosse E/O), intitolato “La Scogliera” che è stato una specie di pugno nello stomaco e mi ci sono assai immedesimato (girava tutto attorno alla domanda “come ho fatto a salvarmi?”, sfogliando le sfighe di famiglia che si erano succedute fino a quella scogliera). Fondamentalmente leggo saggi di storia/politica e cazzabubbole poco impegnative. Il libro della mia vita è stato “Bar Sport” di Benni, nel senso che, letto in adolescenza, mi ha fatto capire che si poteva anche far ridere con le parole (ne seguirono alcune scarse prove di scrittura ironica, sempre dedicate a qualche “fidanzata” che apprezzava con alterne fortune). Su questo filone ho adorato “Nessuna notizia di Gurb” di Eduardo Mendoza e “Sotto il culo della rana, in fondo a una miniera di carbone” di Tibor Fisher. Poi l’intera opera coloratissima di Amado e (di contro) l’opera omnia di Fernand Braudel (ho studiato storia e ancora mi appassiona)>.

p.s.  E i vostri libri?

che la vita mi venga in soccorso

Con la signora L. guardiamo una finestra, appartiene a un palazzo nobiliare. E’ Ortigia, è sera, c’è quella speciale luce che come una risacca torna dal porto e viceversa a illuminarci di lampare lontanissime o lumini strani, smunti, che si nascondono oltre la costa, dietro le case che seguono il litorale. Mi piacciono le prospettive che posso solo immaginare, sono le più convincenti. Si tratta sempre di trovare le parole giuste. Dico alla signora L. che dietro la finestra serrata ci sarà un gran bel patio. Un giardino retrò, chiuso da ampie vetrate, una cosa impossibile, bene, vero, l’ho vista in un film aggiungo. Aspetto il momento che la vita mi venga in soccorso di nuovo, persino con i suoi cattivi odori. Confido alla signora L. che starle dietro è anche un’avventura. Rido come una sciocca. Non è un’avventura, siamo di passaggio, i pensieri si rincorrono, sanno già tutto, non devono spiegarsi; ci sono solitudini più misere delle altre, non posso dire che la solitudine della signora L. sia migliore o peggiore. C’è un momento in cui realizzo tutta la mestizia di questo affannoso peregrinare. Ma che la vita mi venga sempre in soccorso e mi impedisca di dimenticare il dono della misericordia, di esercitarla, di nutrirla, simile a una spada conficcata nel fianco. Vorrei trovare le parole giuste, è una vittoria, non una sconfitta, raggiungere la perfezione della pazienza.

Vintage Telenovelas (Il Fatto Quot.)

 

Nel crogiuolo di comari e abili traditori (gli altri non chiamiamoli cornuti), è possibile sì che si dispieghino dialoghi inauditi, ma non importa, perdoneremo le ingenuità e i personaggi che non lo sono se non nel parossismo di un carattere (il buono sarà il più buono, il cattivo sarà il cattivissimo e via dicendo), fino a trasformarsi in guitti, sul canale Vero, nel digitale terrestre. Li ameremo tutti, chiameremo filibustieri o svergognate chi oggi appelleremo con ben altri assunti, rotti a ogni sdoganamento, è in atto l’avanzata del sentimentalismo più spinto. Non vergogniamoci, lo siamo abbastanza – sentimentali – per ammettere che questo procedere vintage ha qualcosa di prodigioso. Dunque nel canale quasi monotematico, salvo sporadici talk, sempre molto coerenti a una linea da sapone per lavare i piatti  ed è, lo sappiamo tutti, la metafora per intendere la destinazione e la ragione primitiva delle telenovelas, – è una gran accezione, non dispregiativa – la frivolezza è il colpo di mano della nostalgia. Le telenovelas raccontano chi eravamo, senza alcuna attendibilità, ovvio, non c’è empatia con i personaggi, noi ne eravamo tuttavia le proiezioni finali, il paradigma dei sentimenti esposti assumeva perciò un suo riguardevole perché. Eccoci al fatto, seguiamo contemporaneamente nell’ordine o in breve successione: Maddalena; Perla Nera; Zingara. Canale Vero, orari sparsi, mattina o sera, scegliete voi. Ce ne sono altre, man mano retrocediamo fino agli anni delle spalline elefantiache, dei capelli cotonati per le donne, delle giacche spregiudicate per gli uomini, per non parlare di certe cravatte (ma diamine). Perla Nera e Zingara si succedono repentinamente, una dietro l’altra, entrambe produzioni argentine, datate meta anni ’90, entrambe con gli stessi protagonisti, Andrea Del Boca e Gabriel Corrado. Le storie si somigliano, nel senso che come minimo c’è sempre un amore  incontrastato, un figlio segreto, un’arpia che cova tutte le iatture. All’incirca troviamo le declinazioni dell’animo umano tagliate con un’ascia, non ci sono sfumature, il cattivissimo, il buonissimo. Sono entrati nel nostro immaginario, però. La segretaria che va a letto con il capo era quasi un’appendice del ruolo; la moglie che si strugge torturandosi sull’amante del marito, giovane, bella, battendosi il petto, è il punto primo del manuale del gabbato (gabbato con le corna certo). Bisogna stare attenti a non confondere i protagonisti, li ritroviamo comunque e ovunque. Stessa famiglia, stessi nomi, Maria Rosa Gallo ad esempio, la vecchia terribile (lo è in Perla Nera e in Zingara, grosso modo ubiquamente), poi scopriamo che è stata una grande attrice del teatro argentino, badiamo ai loro nomi e cognomi, di origine italiana in buona parte, tolto qualche Milagros o Facundo. Telenovelas che avrebbero dovuto raccontare quegli anni (meta anni ’90) e non lo hanno fatto, quegli anni li leggiamo tra le righe, non c’è nulla, soltanto il prolungamento di una vacuità post ’80, non è un limite, è il tratto di quel tempo, non poterlo raccontare, non ancora. Senza grandi promesse, erano telenovelas, roba da sapone per lavare i piatti (meglio che le soap). Eravamo sentimentali, accomodanti all’inganno facile proposto da sceneggiature pietose più che pietistiche, da feuilleton, o ancora meno. Fino ad arrivare allo spartiacque, un tentativo impegnato, qualcosa che riuscisse ad andare oltre il piagnisteo a puntate o il cortile di comari. Nel 2004 “Padre Coraje” dà un nuovo margine al sentimentalismo, i dialoghi sono capaci di comprendere parole nuove  (oggi non troppo veramente) come populismo o addirittura smilitarizzando l’aggettivo “peroniano”, sperimentano la ricostruzione di un’epoca (La Cruz, Argentina, di mezzo secolo fa), i personaggi smettono di essere guitti e di esprimersi come caratteri da ballon o da fotoromanzo. Con Padre Coraje il sentimentalismo è un’ammissione di merito, senza sensi di colpa.

 

(L’originale per intero puoi leggerlo nell’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2013)

Come l’Andreina di Moravia

(…)Mary covava la stessa disperazione dei sensi, una così efferata ripugnanza della vita meschina e ordinaria, tale da renderla del tutto simile a un personaggio letterario oppure a un’eroina ottocentesca. Pensavo a lei come all’Andreina di Moravia de Le ambizioni sbagliate. A guardarla dal ballatoio di un condominio popolare, io e Romina eravamo certe che fosse nata per lasciare agli altri il tedio e la moralità, che in lei piuttosto rifulgiva l’ebbrezza di un disordine morale tanto da assoggettarla a un suo disinibito Olimpo; per noi Mary era la peggiore delle donne eppure anche la migliore, e meritava la nostra invidia.

Il resto potete leggerlo nel blog de Il fatto Quotidiano, qui:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/06/storia-di-una-donna-sola-in-periferia/803095/