Marco T.

Nella redazione siciliana – sono passati secoli oramai – l’assetto verticistico era un’apologia di privilegi. E c’erano gli anziani a dettar legge, guai se qualcuno di noi, che eravamo giovani e avevamo idee grandiose, avesse soltanto provato a pretendere qualcosa di più, figuriamoci un pezzo d’opinione, un editoriale, un elzeviro. Era sempre tutto molto frustrante. Non ho mai capito quanto valessi. Per dire, la consuetudine era la mortificazione quotidiana. Poi la mia vita è cambiata, ne ho scritto tante volte, giusto?

Oggi che guardo le cose a distanza, ringrazio il Cielo di aver incontrato lui o almeno cercato la strada che mi ha condotto fino a lui, lui è Marco T. All’inizio era Marco T. Non devo ringraziarlo, lui dice che non devo perché poi l’immagine che restituisco non è esatta, io le cose le ho raggiunte da sola, mi dice. No, no. La sua delicatezza non occorre leggerla tra le righe, direi a Marco T.: da soli non siamo niente. Ci vuole qualcuno che decide di credere in quel che facciamo. Ancora non so chi io sia, quanto valga, davvero, se non attraverso le straordinarie opportunità che lui mi ha dato. Non devo ringraziarlo, ma lui c’è sempre, pur con la sua vita, pur lontano, pur forse non ricordandosi nemmeno più la mia faccia (la ricordi ancora?), non lo so. Lui dice: hai fatto tutto da sola. Non credo. E quel che è stato fino ad ora lo intendo come un premio che la vita mi ha concesso, in questa seconda parte, e porta il suo nome. E attraverso la sua gentilezza, la sua assoluta fiducia (ma come faccio a meritarla?), si compie spesso il bene, una specie di catena che permette il compimento di cose buone. Così, quando ci rifletto, realizzo senza indugio che quanto accade contiene la meraviglia di un prodigio. Lui qui mi ha scritto che porto la luce. Io che ho sempre pensato di essere un’ombra.

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