Vintage Telenovelas (Il Fatto Quot.)

 

Nel crogiuolo di comari e abili traditori (gli altri non chiamiamoli cornuti), è possibile sì che si dispieghino dialoghi inauditi, ma non importa, perdoneremo le ingenuità e i personaggi che non lo sono se non nel parossismo di un carattere (il buono sarà il più buono, il cattivo sarà il cattivissimo e via dicendo), fino a trasformarsi in guitti, sul canale Vero, nel digitale terrestre. Li ameremo tutti, chiameremo filibustieri o svergognate chi oggi appelleremo con ben altri assunti, rotti a ogni sdoganamento, è in atto l’avanzata del sentimentalismo più spinto. Non vergogniamoci, lo siamo abbastanza – sentimentali – per ammettere che questo procedere vintage ha qualcosa di prodigioso. Dunque nel canale quasi monotematico, salvo sporadici talk, sempre molto coerenti a una linea da sapone per lavare i piatti  ed è, lo sappiamo tutti, la metafora per intendere la destinazione e la ragione primitiva delle telenovelas, – è una gran accezione, non dispregiativa – la frivolezza è il colpo di mano della nostalgia. Le telenovelas raccontano chi eravamo, senza alcuna attendibilità, ovvio, non c’è empatia con i personaggi, noi ne eravamo tuttavia le proiezioni finali, il paradigma dei sentimenti esposti assumeva perciò un suo riguardevole perché. Eccoci al fatto, seguiamo contemporaneamente nell’ordine o in breve successione: Maddalena; Perla Nera; Zingara. Canale Vero, orari sparsi, mattina o sera, scegliete voi. Ce ne sono altre, man mano retrocediamo fino agli anni delle spalline elefantiache, dei capelli cotonati per le donne, delle giacche spregiudicate per gli uomini, per non parlare di certe cravatte (ma diamine). Perla Nera e Zingara si succedono repentinamente, una dietro l’altra, entrambe produzioni argentine, datate meta anni ’90, entrambe con gli stessi protagonisti, Andrea Del Boca e Gabriel Corrado. Le storie si somigliano, nel senso che come minimo c’è sempre un amore  incontrastato, un figlio segreto, un’arpia che cova tutte le iatture. All’incirca troviamo le declinazioni dell’animo umano tagliate con un’ascia, non ci sono sfumature, il cattivissimo, il buonissimo. Sono entrati nel nostro immaginario, però. La segretaria che va a letto con il capo era quasi un’appendice del ruolo; la moglie che si strugge torturandosi sull’amante del marito, giovane, bella, battendosi il petto, è il punto primo del manuale del gabbato (gabbato con le corna certo). Bisogna stare attenti a non confondere i protagonisti, li ritroviamo comunque e ovunque. Stessa famiglia, stessi nomi, Maria Rosa Gallo ad esempio, la vecchia terribile (lo è in Perla Nera e in Zingara, grosso modo ubiquamente), poi scopriamo che è stata una grande attrice del teatro argentino, badiamo ai loro nomi e cognomi, di origine italiana in buona parte, tolto qualche Milagros o Facundo. Telenovelas che avrebbero dovuto raccontare quegli anni (meta anni ’90) e non lo hanno fatto, quegli anni li leggiamo tra le righe, non c’è nulla, soltanto il prolungamento di una vacuità post ’80, non è un limite, è il tratto di quel tempo, non poterlo raccontare, non ancora. Senza grandi promesse, erano telenovelas, roba da sapone per lavare i piatti (meglio che le soap). Eravamo sentimentali, accomodanti all’inganno facile proposto da sceneggiature pietose più che pietistiche, da feuilleton, o ancora meno. Fino ad arrivare allo spartiacque, un tentativo impegnato, qualcosa che riuscisse ad andare oltre il piagnisteo a puntate o il cortile di comari. Nel 2004 “Padre Coraje” dà un nuovo margine al sentimentalismo, i dialoghi sono capaci di comprendere parole nuove  (oggi non troppo veramente) come populismo o addirittura smilitarizzando l’aggettivo “peroniano”, sperimentano la ricostruzione di un’epoca (La Cruz, Argentina, di mezzo secolo fa), i personaggi smettono di essere guitti e di esprimersi come caratteri da ballon o da fotoromanzo. Con Padre Coraje il sentimentalismo è un’ammissione di merito, senza sensi di colpa.

 

(L’originale per intero puoi leggerlo nell’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2013)

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